lunedì 9 luglio - ore 21,00
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)

Uno su due

Un film di Eugenio Cappuccio.
Con Fabio Volo, Ninetto Davoli, Giuseppe Battiston, Tresy Taddei, Agostina Belli, Paola Rota, Manuela Spartà
Genere Drammatico, durata: 100 minuti. Produzione Italia 2006.

Trama
Lorenzo è un avvocato rampante, che ha lottato e ottenuto il suo status con determinazione. Ha una bella casa, una fidanzata, Silvia, forse precaria forse no, e tutta l'invidia dei suoi amici che "lo stimano moltissimo". Ora è il momento di fare il salto di qualità, e un grosso business in Russia insieme al socio e fratello Paolo (Giuseppe Battiston). Improvvisamente un malore, gli appanna la vista. È solo l'inizio di un lungo viaggio nel dubbio, nella malattia, alla riscoperta della vita. In Uno su due, a comporre questa analisi profonda, nella leggerezza delle parole, si presentano diversi elementi che sono il pro e contro di un film, che comunque, e lo diciamo da subito, felice proseguimento del percorso di Cappuccio iniziato in Volevo solo dormirle addosso.
I temi del rampantismo, delle emozioni trattenute, inattive per lasciare spazio alla razionalità, della malattia e della comprensione reale di ogni momento dell'esistenza, dell'umanità di chi è semplice. Il regista, infatti, utilizza i singoli attori per manifestare i sentimenti in relazione con l'ambiente esterno (che può essere la malattia, la natura, il viaggio, il business), mettendo in luce le capacità espressive ed interpretative di Fabio Volo, che esce dal suo solito personaggio (almeno per tre quarti del film) e rimane in equilibrio fra dramma e ironia senza mai esagerare. Lo stesso discorso si può fare per i personaggi di contorno, come il compagno di stanza Giovanni, "disegnato" alla perfezione da un Ninetto Davoli in stato di grazia. È lui che rappresenta la voglia di vivere meglio di ogni altro.
Uno su due è un teatro di vita, sentito e reale, che conferma il lavoro di un regista, grande osservatore di una società odierna, afflitta da grandi e piccoli mali, solo per essere troppo avara di ironia e sentimento.


Giudizio

di Maurizio Porro
Articolo pubblicato da Il Corriere della Sera, 14 ottobre 2006


All' inizio di Uno su due di Eugenio Cappuccio, Fabio Volo, noto entertainer e scrittore ma ora anche un attore su cui il nostro cinema può contare, sembra ereditare i cromosomi dell' eroe scanzonato della commedia all' italiana nel periodo dei sorpassi: avvocato allegro e un po' sbruffone che scambia due squillo di Chiasso per industrialesse sovietiche cui vuol vendere olio d' oliva. Ma già il titolo è doppio, gemellare: uno su due ce la fa, nel senso che guarisce. È statistica. E dopo mezz' ora di mini dolce vita alla genovese il nostro eroe, nuova identità di un borghese piccolo piccolo ma più griffato, stramazza per terra esanime. Ospedale, analisi, biopsia: il Grande Dubbio di un tumore, il corpo acquista un' altra dimensione. E qui la vita si riavvolge e inizia un altro film, drammatico ma non strappalacrime, che parte sempre dalla crisi generazionale ma approda in qualcosa di più universale: l' accettazione del fattore umano, compresa la famiglia, l' interesse per gli altri, la voglia di vedere l' alba e il tramonto, che siano i primi o gli ultimi è uguale. Mentre Lorenzo sta in ospedale conosce un altro uomo, più malato di lui, diviso dalla famiglia, un Ninetto Davoli travestito da Michele Placido, irriconoscibile non solo di viso, ma anche nella recitazione: misurato, perfetto. Il borghesuccio, l' «avvocatuccio» scopre d' essere «rattenuto», neologismo che contrae due tristi participi di moda, rattrappito e trattenuto. Tornato a casa, in attesa del verdetto del medico, va a trovare in una sperduta provincia perugina, motel sulla E45, la figlia del compagno di ospedale, per riavvicinarla al padre. E per l' occasione, dato il cognome, Fabio si mette anche a far vela, cioè vola alla Icaro, si butta da 1500 metri inquadrato da una videocamera. Lieto fine? Il regista lo definisce un fine lieto, mai promettere troppo. Innestando elementi melò che rovistano nei disastri casalinghi, Cappuccio racconta, dopo Volevo solo dormirle addosso dove il rampante doveva licenziare i colleghi, di un altro arrampicatore in una società forse già oltre. Ma è soprattutto una storia sulla fragilità, sulle sicurezze che si sgonfiano. Il panorama genovese, fa da cornice a un racconto che poi si biforca, ma schizza piccoli ritratti di personaggi in movimento psicologico, da Davoli fino al socio vittima Battiston, dalla compagna Anita Caprioli alla giovane Tresy Taddei, senza contare gli occhi sempre vitrei di Agostina Belli: tutti intonati e sintonizzati, come raramente accade nel nostro cinema. Film sincero che evita il patetico ma libera una dose di veleno affettuoso sui 35enni di oggi, aridi vuoti contenitori privi di emozioni: solo un gong del destino può bloccare la scalata (soldi, soldi, soldi) e rimettere in discussione i bilanci, rivelandoci che la carne è tremula e debole ma la natura resta forte. Fabio Volo, come con D' Alatri, è bravissimo a interiorizzare ed esprimere la tragedia che si sta organizzando dentro, ha un suo copyright espressivo. Bella l' ultima battuta: impariamo a fare tante cose nel mondo che non possiamo credere che esso poi sopravviva alla nostra assenza.


martedì 10 luglio - ore 21,00
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)

Il Topolino Marty e la fabbrica di Perle
(El ratón pérez)

Un film di Juan Pablo Buscarini.

Genere Animazione, durata: 90 minuti. Produzione Spagna, Argentina 2006.

Trama
Lucia è una bambina che ha appena perso un dentino: presto Marty, un simpatico e vivace topolino, verrà a prenderlo nella sua cameretta per trasportarlo alla nave dove assieme ad altri roditori lo trasformerà in perla e lascerà in cambio una moneta. Quando Marty viene catturato con lo scopo di rubare la sua nave e il suo tesoro, sarà proprio Lucia, assieme al geniale cugino Oliver a darsi da fare per liberarlo, nonostante i dubbi dei suoi genitori…
Il Topolino Marty e la fabbrica di Perle è un film per bambini. Già quest'affermazione dovrebbe suonare quasi sorprendente, visto che i film pensati e realizzati per questo specifico target, si contano, nel corso di una stagione cinematografica, sulle dita di una mano. Ben venga quindi quest'opera del talentuoso Juan Pablo Buscarini, che mixa azione dal vivo, computer grafica di ottima qualità e una ancora più eccellente riproduzione in miniatura del mondo di Marty e dei suoi amici topolini. La semplicità della trama non lascia scampo a genitori ed accompagnatori "grandi" dei pargoli che vorranno andare al cinema: qui non ci sono riferimenti colti, scene d'azione o dialoghi che possano minimamente catturare l'attenzione di chicchessia, fuorché dei bimbi con meno di sette anni, che sono invece caldamente invitati a godersi una pellicola formalmente impeccabile, a tratti divertente, sempre garbata e sostanzialmente innocua.
Cinematograficamente parlando, resta qualche dubbio sulla durata dell'opera, invero eccessiva, sulla notevole mancanza di ritmo, che potrebbe far annoiare i bimbi più ipercinetici, e sulla reale mancanza di argomentazioni "didattiche" che possano permettere di sfruttare Marty come volano per parlare dei fatti della vita.


mercoledì 11 luglio - ore 22,00
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)

The Queen - La Regina
L'Inghilterra dopo la morte della Principessa Diana

Un film di Stephen Frears
Con Helen Mirren, Michael Sheen, James Cromwell, Sylvia Syms, Alex Jennings, Helen McCrory
Genere Biografico, durata: 100 minuti. Produzione Gran Bretagna 2006.

Trama
La morte improvvisa della Principessa Diana, nell’agosto del 1997, lascia costernato il popolo britannico e attonita la famiglia reale. La tragedia non manca di coinvolgere, emotivamente e politicamente, il governo inglese e il neoeletto Primo Ministro Tony Blair. La separazione dal Principe Carlo, la controversa storia con Dodi Al Fayed, l’incidente mortale che spegne Diana in un tunnel di Parigi mettono a dura prova il protocollo “di corte”. Elisabetta II, erede della tradizione vittoriana, incapace di gestire la vita pubblica di Diana, mostra un identico imbarazzo nel gestirne la dipartita. Il rifiuto della Regina di esibire la bandiera a mezzasta sopra i salotti di Buckingham Palace, di dichiarare pubblicamente il proprio cordoglio e la fuga nel castello scozzese di Balmoral, mettono a dura prova la sua popolarità. L’intervento di Blair e la volontà della Regina di comprendere e contenere la reazione degli inglesi al lutto, condurranno ai funerali pubblici di Diana e al ritrovato consenso di Sua Altezza Reale.

Immediatamente dopo Mrs Henderson Presenta, Stephen Frears torna a riferirci di una Signora, anche lei di sangue blu ma decisamente meno flessibile e mondana: Elisabetta II, Regina degli inglesi e suocera della defunta Principessa Diana. Con un gusto tutto english e una grazia tutta sua, Frears coglie la relazione tra la Regina e la Principessa nel momento del collasso. L’assenza di Diana conferma tutta la difficoltà emotiva di Elisabetta, congelata nella tradizione e incapace di intuire la portata emozionale degli eventi che, suo malgrado, accendono di nuovo i riflettori dei media sulla reale famiglia. Diana fu davvero la “principessa del popolo”, amata e adorata perchè sempre esibita. Elisabetta è al contrario implosa, nobilmente riluttante all’esibizione del sentimento. Il regista inglese le fa incontrare e dialogare tra fiction e immagini di repertorio, al di là dei protocolli e della stampa sciacalla, che non risparmiò di cavalcare il sentimento anti-monarchico che agitava i cuori inglesi all’indomani della morte di Diana. A garantire il futuro della famiglia reale Frears introduce Tony Blair, un autentico gentleman progressista in grado di cogliere il cordoglio della sua nazione e il desiderio di esprimerlo pubblicamente. Ma il Primo Ministro, almeno quello di Frears, intuisce pure la bellezza della modernità di Diana e allo stesso tempo l’istituzionalità del conservatorismo di Elisabetta. Il ritratto della sovrana di Helen Mirren è puntuale e profondamente commovente nello sguardo turbato sull’ultimo applauso a Diana. A Diana che rilancia da un inserto di repertorio la sua sfida democratica al vecchio mondo.


Giudizio

di Roberto Silvestri
Articolo pubblicato da Il Manifesto, 3 settembre 2006

"Anarchy in U.k.", profetizzarono i Sex Pistols.
Se la regina Elisabetta II d'Inghilterra, la notte del 20 luglio 1981, avesse osservato tra la folla sterminata l'effetto che il cielo sopra Hyde Park stava producendo sui volti incantati e ormai mutanti dei suoi sudditi, e di un miliardo di extra commonwelthiani collegati in mondovisione, non solo si sarebbe congratulata in maniera speciale con l'autore di quegli interminabili fuochi d'artificio, ma avrebbe gestito meglio, con altro senso dell'istituzione «sacra», del marketing e del Protocollo, la «settimana fatale» iniziata alle 4 di notte del 31 agosto 1997. La corona britannica visse infatti il secondo momento nerissimo, quasi esiziale, della sua storia, dall'incidente d'auto parigino e dall'assassinio tuttora senza firma, colposo o doloso, dell'ex principessa del Galles, Diana Spencer, 36 anni, ai primi funerali global della ormai Mitica Dama del Lago (presenti Spielberg, Pavarotti e Tom Cruise e l'esercito charity di Lady Di), con tanto di bandiera a mezz'asta sul tetto di Buckingham Palace.
Riti fuori etichetta, cui la casa di Hannover-Windsor fu obbligata da un intimorito principe Carlo e da una pacifissima insurrezione popolare, ultimo bagliore del flower power. Fu come una abdicazione «interrotta» l'abbandonare la residenza estiva di Balmoral, una «fuga a Brindisi», priva di dignità e della millenaria autorevolezza che perfino i quotidiani più «realisti» e conservatori, oltre che i tabloid più scandalistici, rimproverarono alla sovrana. Non è credibile che in tutto quel frangente la nonna e la madre di tutti i britannici volessero solo salvaguardare i figli di Carlo e Diana dal mostruoso bailamme mediatico.
God Save The Queen (Sex Pistols).
Almeno è questo che The Queen, il film di Stephen Frears in concorso a Venezia, ci racconta. Aggiungendo che l'unica «The Queen» capace di comprendere gli strati profondi di un popolo, e degna di pilotare sua altezza verso il popolo fu, in quella circostanza, un vero maschio. Tony Blair. E il suo istinto pragmatico da primo ministro inesperto (era da 4 mesi al potere) ma costruito per una longevità alla Churchill: neo-laburista, di lignaggio, ambiente e (scopriremo) indole conservatrice ma rivoluzionario in scienza della comunicazione. E per fortuna che c'è al suo fianco una moglie avvocato e giacobina, Cherie, imprigionata però nel suo destino domestico. Frears, e l'addetto ai materiali di repertorio Adam Curtis (il grande documentarista di The power of nightmares), che ci fa piangere come vitelli maneggiando i primi pianti digitali dell'adorata «adultera, vergine e martire» che lottò per la messa fuori legge delle mine anti-uomo e viene compianta da Clinton e Mandela per il suo contributo alla lotta contro l'Aids, parallelamente al Mito intatto, si permettono di smitizzare le operazioni-maquillage di un premier sempre più giù nei sondaggi. E fabbricano una riabilitazione controproducente, e non priva di humor (come quando Blair alla parola «rivoluzione» sviene come fosse un qualunque collaboratore del Riformista), già iniziata in tv con The Deal (sul rapporto con Gordon Brown), e sempre con Michael Sheen nel ruolo di premier, di cui si cerca di enfatizzare la modernità a ogni costo, stampandogli però una maschera perenne di franchezza e sorriso, tra Mister Bean e, secondo l'azzeccata battuta reale, lo Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie. Mentre Tim McMullan (nel ruolo del famigerato addetto stampa di Blair) umilia Elisabetta rimontandole i discorsi, e sentimentalizzandoli, come farà con le informazioni sulle armi di distruzione di massa di Saddam, inventandosele di sana pianta. Imitazioni di virtuosismo stellare (soprattutto quella di Helen Mirren, una Sovrana a sensibilità limitata perfetta) e ricalchi fedeli, ma scompaginati, dei personaggi storici conosciuti (James Cromwell, che fa il principe Filippo, assomiglia a Carlo, e Alex Jennings, che fa Carlo, è tutto il Duca di Windsor), sono degni del museo delle cere di Madam Toussaud. Il che contribuisce all'impertinenza quasi punk dell'operazione, documentatissima nei dettagli e negli ambienti più intimi, i formalisti direbbero «rispecchiantista», storcendo la bocca, e avrebbero ragione perché riprendere i nobili in 35mm e i borghesi in super16 fa troppo «aristocraticamente corretto». Su due punti chiave però il film glissa. Nemmeno un accenno, fosse almeno una acidità della principessa Margaret contro Dodi Al Fayed, e silenzio completo sul «complotto», sue origini e conseguenze. Who killed Bambi? (Sid Vicious)
Perché? Perché Frears è abile nell'uso della metafora segreta, e nessuno collegherà l'assassinio, programmato e fatto eseguire da altri, vicini di tenuta (i servizi segreti francesi?) del cervo dalle corna a 14 ramificazioni, braccato dal principe Filippo con adorabile ferocia, con la fine di una donna che non aveva solo le gambe più belle di quelle di Carlo, ed era destabilizzantemente legata a un arabo. Dunque Frears e lo sceneggiatore perfido, Peter Morgan, non rischieranno un'incriminazione per alto tradimento (se i 176 giornalisti inglesi presenti al Lido non sanno leggere tra le righe). Scena di caccia in alta Scozia dagli umori repubblicani, che inchioda alle sue responsabilità una dinastia millenaria ancora divorata da scandali, non solo sessuali e d'alcova, incredula fino alla fine del magico consenso popolare di cui quel Mito godeva. Frears fa così recitare Carlo in stile Tudor, mentre Diana, l'unica senza sosia, è sempre da Actor's Studio. Una principessa delle masse televisive che, «con occhi immensi spalancati nel volto sottile, lo sguardo vagante alla ricerca di un punto di appiglio che solo lei, Lady Di, riusciva a scorgere» dichiarerà (scrive Montalban): «certo, sono sicura che mai salirò sul trono». Ma Eusebio Leal, storico incaricato di restaurare L'Avana, inaugurò, nel cuore del centro storico della città, una piazza a lei dedicata, paragonandola al Che e a Madre Teresa di Calcutta, insomma facendola ascendere al trono celeste: «Ricordatevi dei loro corpi, disse, e ognuno convenne che erano molto differenti, ma comparate i loro spiriti, tutti e due si sono sacrificati per i loro simili; Madre Teresa con la sua abnegazione evidente, Diana spogliandosi delle sue vesti in favore delle più nobili cause».