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lunedì
9 luglio - ore 21,00
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)
Uno su due
Un film di Eugenio Cappuccio.
Con Fabio Volo, Ninetto Davoli, Giuseppe Battiston, Tresy Taddei, Agostina
Belli, Paola Rota, Manuela Spartà
Genere Drammatico, durata: 100 minuti. Produzione Italia
2006.
martedì
10 luglio - ore 21,00
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)
Il Topolino Marty e la fabbrica di Perle
(El ratón pérez)
Un film di Juan Pablo Buscarini.
Genere Animazione, durata: 90 minuti. Produzione Spagna,
Argentina 2006.
mercoledì
11 luglio - ore 22,00
Giardini
Pubblici Toronto (località San Sebastiano)
The Queen - La Regina
L'Inghilterra dopo la morte della
Principessa Diana
Un
film di Stephen Frears
Con Helen Mirren, Michael Sheen, James Cromwell, Sylvia Syms, Alex Jennings,
Helen McCrory
Genere Biografico, durata: 100 minuti. Produzione Gran
Bretagna 2006.
Trama
La morte improvvisa della Principessa Diana, nell’agosto del 1997,
lascia costernato il popolo britannico e attonita la famiglia reale. La
tragedia non manca di coinvolgere, emotivamente e politicamente, il governo
inglese e il neoeletto Primo Ministro Tony Blair. La separazione dal Principe
Carlo, la controversa storia con Dodi Al Fayed, l’incidente mortale
che spegne Diana in un tunnel di Parigi mettono a dura prova il protocollo
“di corte”. Elisabetta II, erede della tradizione vittoriana,
incapace di gestire la vita pubblica di Diana, mostra un identico imbarazzo
nel gestirne la dipartita. Il rifiuto della Regina di esibire la bandiera
a mezzasta sopra i salotti di Buckingham Palace, di dichiarare pubblicamente
il proprio cordoglio e la fuga nel castello scozzese di Balmoral, mettono
a dura prova la sua popolarità. L’intervento di Blair e la
volontà della Regina di comprendere e contenere la reazione degli
inglesi al lutto, condurranno ai funerali pubblici di Diana e al ritrovato
consenso di Sua Altezza Reale.
Immediatamente
dopo Mrs Henderson Presenta, Stephen Frears torna a riferirci di una Signora,
anche lei di sangue blu ma decisamente meno flessibile e mondana: Elisabetta
II, Regina degli inglesi e suocera della defunta Principessa Diana. Con
un gusto tutto english e una grazia tutta sua, Frears coglie la relazione
tra la Regina e la Principessa nel momento del collasso. L’assenza
di Diana conferma tutta la difficoltà emotiva di Elisabetta, congelata
nella tradizione e incapace di intuire la portata emozionale degli eventi
che, suo malgrado, accendono di nuovo i riflettori dei media sulla reale
famiglia. Diana fu davvero la “principessa del popolo”, amata
e adorata perchè sempre esibita. Elisabetta è al contrario
implosa, nobilmente riluttante all’esibizione del sentimento. Il regista
inglese le fa incontrare e dialogare tra fiction e immagini di repertorio,
al di là dei protocolli e della stampa sciacalla, che non risparmiò
di cavalcare il sentimento anti-monarchico che agitava i cuori inglesi all’indomani
della morte di Diana. A garantire il futuro della famiglia reale Frears
introduce Tony Blair, un autentico gentleman progressista in grado di cogliere
il cordoglio della sua nazione e il desiderio di esprimerlo pubblicamente.
Ma il Primo Ministro, almeno quello di Frears, intuisce pure la bellezza
della modernità di Diana e allo stesso tempo l’istituzionalità
del conservatorismo di Elisabetta. Il ritratto della sovrana di Helen Mirren
è puntuale e profondamente commovente nello sguardo turbato sull’ultimo
applauso a Diana. A Diana che rilancia da un inserto di repertorio la sua
sfida democratica al vecchio mondo.
Giudizio
di Roberto Silvestri
Articolo pubblicato da Il Manifesto, 3 settembre
2006
"Anarchy
in U.k.", profetizzarono i Sex Pistols.
Se la regina Elisabetta II d'Inghilterra, la notte del 20 luglio 1981, avesse
osservato tra la folla sterminata l'effetto che il cielo sopra Hyde Park
stava producendo sui volti incantati e ormai mutanti dei suoi sudditi, e
di un miliardo di extra commonwelthiani collegati in mondovisione, non solo
si sarebbe congratulata in maniera speciale con l'autore di quegli interminabili
fuochi d'artificio, ma avrebbe gestito meglio, con altro senso dell'istituzione
«sacra», del marketing e del Protocollo, la «settimana
fatale» iniziata alle 4 di notte del 31 agosto 1997. La corona britannica
visse infatti il secondo momento nerissimo, quasi esiziale, della sua storia,
dall'incidente d'auto parigino e dall'assassinio tuttora senza firma, colposo
o doloso, dell'ex principessa del Galles, Diana Spencer, 36 anni, ai primi
funerali global della ormai Mitica Dama del Lago (presenti Spielberg, Pavarotti
e Tom Cruise e l'esercito charity di Lady Di), con tanto di bandiera a mezz'asta
sul tetto di Buckingham Palace.
Riti fuori etichetta, cui la casa di Hannover-Windsor fu obbligata da un
intimorito principe Carlo e da una pacifissima insurrezione popolare, ultimo
bagliore del flower power. Fu come una abdicazione «interrotta»
l'abbandonare la residenza estiva di Balmoral, una «fuga a Brindisi»,
priva di dignità e della millenaria autorevolezza che perfino i quotidiani
più «realisti» e conservatori, oltre che i tabloid più
scandalistici, rimproverarono alla sovrana. Non è credibile che in
tutto quel frangente la nonna e la madre di tutti i britannici volessero
solo salvaguardare i figli di Carlo e Diana dal mostruoso bailamme mediatico.
God Save The Queen (Sex Pistols).
Almeno è questo che The Queen, il film di Stephen Frears in concorso
a Venezia, ci racconta. Aggiungendo che l'unica «The Queen»
capace di comprendere gli strati profondi di un popolo, e degna di pilotare
sua altezza verso il popolo fu, in quella circostanza, un vero maschio.
Tony Blair. E il suo istinto pragmatico da primo ministro inesperto (era
da 4 mesi al potere) ma costruito per una longevità alla Churchill:
neo-laburista, di lignaggio, ambiente e (scopriremo) indole conservatrice
ma rivoluzionario in scienza della comunicazione. E per fortuna che c'è
al suo fianco una moglie avvocato e giacobina, Cherie, imprigionata però
nel suo destino domestico. Frears, e l'addetto ai materiali di repertorio
Adam Curtis (il grande documentarista di The power of nightmares), che ci
fa piangere come vitelli maneggiando i primi pianti digitali dell'adorata
«adultera, vergine e martire» che lottò per la messa
fuori legge delle mine anti-uomo e viene compianta da Clinton e Mandela
per il suo contributo alla lotta contro l'Aids, parallelamente al Mito intatto,
si permettono di smitizzare le operazioni-maquillage di un premier sempre
più giù nei sondaggi. E fabbricano una riabilitazione controproducente,
e non priva di humor (come quando Blair alla parola «rivoluzione»
sviene come fosse un qualunque collaboratore del Riformista), già
iniziata in tv con The Deal (sul rapporto con Gordon Brown), e sempre con
Michael Sheen nel ruolo di premier, di cui si cerca di enfatizzare la modernità
a ogni costo, stampandogli però una maschera perenne di franchezza
e sorriso, tra Mister Bean e, secondo l'azzeccata battuta reale, lo Stregatto
di Alice nel paese delle meraviglie. Mentre Tim McMullan (nel ruolo del
famigerato addetto stampa di Blair) umilia Elisabetta rimontandole i discorsi,
e sentimentalizzandoli, come farà con le informazioni sulle armi
di distruzione di massa di Saddam, inventandosele di sana pianta. Imitazioni
di virtuosismo stellare (soprattutto quella di Helen Mirren, una Sovrana
a sensibilità limitata perfetta) e ricalchi fedeli, ma scompaginati,
dei personaggi storici conosciuti (James Cromwell, che fa il principe Filippo,
assomiglia a Carlo, e Alex Jennings, che fa Carlo, è tutto il Duca
di Windsor), sono degni del museo delle cere di Madam Toussaud. Il che contribuisce
all'impertinenza quasi punk dell'operazione, documentatissima nei dettagli
e negli ambienti più intimi, i formalisti direbbero «rispecchiantista»,
storcendo la bocca, e avrebbero ragione perché riprendere i nobili
in 35mm e i borghesi in super16 fa troppo «aristocraticamente corretto».
Su due punti chiave però il film glissa. Nemmeno un accenno, fosse
almeno una acidità della principessa Margaret contro Dodi Al Fayed,
e silenzio completo sul «complotto», sue origini e conseguenze.
Who killed Bambi? (Sid Vicious)
Perché? Perché Frears è abile nell'uso della metafora
segreta, e nessuno collegherà l'assassinio, programmato e fatto eseguire
da altri, vicini di tenuta (i servizi segreti francesi?) del cervo dalle
corna a 14 ramificazioni, braccato dal principe Filippo con adorabile ferocia,
con la fine di una donna che non aveva solo le gambe più belle di
quelle di Carlo, ed era destabilizzantemente legata a un arabo. Dunque Frears
e lo sceneggiatore perfido, Peter Morgan, non rischieranno un'incriminazione
per alto tradimento (se i 176 giornalisti inglesi presenti al Lido non sanno
leggere tra le righe). Scena di caccia in alta Scozia dagli umori repubblicani,
che inchioda alle sue responsabilità una dinastia millenaria ancora
divorata da scandali, non solo sessuali e d'alcova, incredula fino alla
fine del magico consenso popolare di cui quel Mito godeva. Frears fa così
recitare Carlo in stile Tudor, mentre Diana, l'unica senza sosia, è
sempre da Actor's Studio. Una principessa delle masse televisive che, «con
occhi immensi spalancati nel volto sottile, lo sguardo vagante alla ricerca
di un punto di appiglio che solo lei, Lady Di, riusciva a scorgere»
dichiarerà (scrive Montalban): «certo, sono sicura che mai
salirò sul trono». Ma Eusebio Leal, storico incaricato di restaurare
L'Avana, inaugurò, nel cuore del centro storico della città,
una piazza a lei dedicata, paragonandola al Che e a Madre Teresa di Calcutta,
insomma facendola ascendere al trono celeste: «Ricordatevi dei loro
corpi, disse, e ognuno convenne che erano molto differenti, ma comparate
i loro spiriti, tutti e due si sono sacrificati per i loro simili; Madre
Teresa con la sua abnegazione evidente, Diana spogliandosi delle sue vesti
in favore delle più nobili cause».