Cari amici,
grazie alla collaborazione con la Regione Lazio ho il piacere di presentarvi la prima rassegna cinematografica “SURACI”. Il tema del “viaggio”, la sua valutazione e la selezione dei film oggetto della presente rassegna cinematografica evoca sensazioni diverse per ognuno di noi.
Le drammatiche emigrazioni che hanno segnato la storia della nostra terra ci accompagnano nelle esperienze individuali di partenze forzate.
I piroscafi stracolmi di emigranti di ieri, sono oggi rappresentate dalle carrette del mare colme di immigrati.
A volte mi chiedo se il viaggio, in fondo, sia solo l’esperienza di chi parte e non anche il viaggio della fantasia di colui che resta. Ma viaggiare non è solo emigrare. È divertimento che può al tempo stesso essere scoperte, ricerca interiore, fuga, sogno, conoscenza, ritorno e conquista. Temi ai quali i giovani sanno attribuire una chiara valenza culturale. Non è forse il viaggio lo sforzo che compie una qualsiasi comunità, grande o piccola che sia, nel costruire quotidianamente il proprio futuro? Sono convinto che i film selezionati incontreranno il favore del pubblico perché trattano davvero temi ed esperienze profonde.
Mi piace ricordare e concludere questa mia breve riflessione con una frase di Proust, carica di significati, attraverso la quale vi auguro una buona visione: “Ilvero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”.

On. Alessandro Foglietta
Il Sindaco

La prima rassegna cinematografica vuole essere un’importante appuntamento annuale con una selezione di film d’autore. La nostra ambizione è proseguirla e migliorarla già nei prossimi anni, per farla diventare uno degli appuntamenti più prestigiosi per la nostra comunità e magari sognare un giorno di avere degli spazi regionali o nazionali. Auguro a tutti voi una buona visione.

Dott. Gianfranco Nardecchia
L’Assessore alla Cultura




Supino Rassegna Cinematografica
Vedere un film è viaggiare, ci conduce per mano in un universo di luoghi, avvenimenti, emozioni, sollecitazioni. Quando la pellicola è ambientata in paesi lontani, dagli usi tanto diversi dai nostri, della cui storia spesso conosciamo poco o nulla, apprendiamo molto da tutte le informazioni e sollecitazioni che ci giungono dallo schermo. Nel raccontarci la sua storia, infatti, il regista ci investe con parole, immagini, suoni, colori, rumori: al di là del filo della narrazione c'è un universo che si impone ai nostri sensi arricchendoci di mille conoscenze e dettagli.
Ecco perché pensiamo che un film possa aiutare a penetrare la realtà di un paese, sia gli avvenimenti ed i grandi personaggi che lo hanno segnato, ma anche gli aspetti quotidiani della gente comune, le loro abitudini, paure, speranze.
E' importante osservare come un popolo racconta se stesso, quali sono gli aspetti che sottolinea, quali i sogni che insegue, i modelli che propone, i demoni che cerca di esorcizzare. Naturalmente, se ci pensiamo bene, analoghe informazioni traspaiono anche dalla produzione cinematografica a noi più vicina, solo che essendo immersi nella nostra realtà, le diamo per scontate e non ci facciamo più caso.
Davanti ad un film girato in un paese lontano siamo più consapevoli e più attenti a cogliere questi aspetti. Insomma, prima di partire per un nuovo viaggio non è male l'idea di andarsi a vedere o rivedere i film ambientati nei luoghi che stiamo per visitare. Le cose che ci lascerà dentro saranno una chiave in più per aiutarci a guardare e, se possibile, a comprendere.


venerdì 24 agosto- ore 21,00
Auditorium Parrocchia di San Pio X (via La Mola)

Nativity
La storia della natività di Gesù

Un film di Catherine Hardwicke
con Shohreh Aghdashloo, Keisha Castle-Hughes, Eriq Ebouaney, Ciarán Hinds, Oscar Isaac, Matt Patresi, Ted Rusoff.
Genere Drammatico, produzione USA, 2006 - durata 101 minuti circa.

La Trama
In una piccola città, una ragazza di estrazione modesta di nome Maria vive la sua adolescenza lavorando per dare un aiuto alla sua famiglia. Un giorno, tornando a casa, le viene data la notizia che dovrà fidanzarsi con un uomo della sua stessa città, Giuseppe. Mentre comincia ad abituarsi all'idea dell'imminente matrimonio, le accade un avvenimento ancora più sconvolgente... la visita dell'Angelo Gabriele che le 'annuncia' che partorirà il figlio di Dio. Maria si allontana per alcuni mesi dalla famiglia per assistere la moglie di Zaccaria, Elisabetta, rimasta incinta. Quando torna a Nazareth i genitori di Maria e il promesso sposo Giuseppe non credono alle spiegazioni che Maria dà della sua gravidanza. Ma Giuseppe vuole darle fiducia. Nel frattempo il Re Erode comincia a sentirsi minacciato dalla voce diffusa, riguardante una profezia che annuncia che un nuovo Re sta per arrivare. Ordina dunque ai suoi soldati di far tornare tutti gli uomini nelle loro città d'origine con la scusa di un censimento. Erode cerca un bambino al di sotto dei due anni, che qualcuno chiama il "Messia" per ucciderlo.
Giuseppe torna nella sua città in compagnia di Maria: il viaggio è lungo e faticoso ma alla fine i due giungono a Betlemme dove, in una grotta, Maria partorisce il Salvatore dell'Umanità, Gesù. I Re Magi guidati dalla Stella Cometa raggiungeranno la Santa Famiglia e renderanno omaggio alla Natività di Cristo con oro, incenso e mirra.

Il Giudizio
di Gian Luigi Rondi
Articolo pubblicato da Il Tempo, 1 dicembre 2006

Il cinema inglese rende omaggio alla Natività. Con un film perfetto, sia come struttura narrativa, sia come modi di rappresentazione. Il testo lo ha scritto Mike Rich, il noto sceneggiatore di Scoprendo Forrester. Sua fonte, i Vangeli di Luca e di Matteo, ripresi quasi alla lettera, con l’accortezza di colmare le lacune della loro esposizione concisa con un episodica e dei dialoghi altrettanto asciutti e diretti, senza mai sbavature, riservando contemporaneamente spazi alla cornice storica espressa soprattutto tramite gli atti crudeli del regno di Erode.
Il preambolo vi si riferisce subito proponendo, senza spiegazioni, la Strage degli Innocenti, tornando poi indietro, al momento in cui i genitori dell’adolescente Maria le destinano in sposo il quasi coetaneo Giuseppe. In attesa del giorno in cui, dopo un anno, secondo i rituali ebraici, quelle nozze diventeranno effettive, l’Annunciazione.
Un giovane in bianche vesti, senza aureola né segni esteriori e subito, pur turbato, Il consenso di Maria cui segue il viaggio per andare a trovare la cugina Elisabetta in attesa, nonostante la tarda età, della nascita di Giovanni.
Al ritorno, attentamente illustrata, la situazione di Maria il cui evidente stato interessante la esporrebbe secondo il costume, alla lapidazione se Giuseppe non accettasse quella paternità. Perché questo accada, basta una voce in sogno. Poi il censimento, il faticoso viaggio da Nazareth a Betlemme per adempirvi, la Nascita nella grotta, i pastori e quei Re Magi, la cui esplorazione della congiunzione dei pianeti annunciatrice di eventi straordinari, è abilmente alternata alle situazioni cui si riservano gli spazi nell’immediato presente.
Tornando, dopo la Nascita, alla Strage degli Innocenti, seguita, per concludere dalla Fuga in Egitto.
Catherine Hardwicke, la regista che poi ha trasposto questi fatti sullo schermo, nonostante due precedenti prove mediocri (Thirteen e Lords of Dogtown), è sembrata ispirarsi nel linguaggio, al Rossellini del Messia e a Pasolini del Vangelo secondo Matteo, privilegiando un realismo senza concessioni oleografiche e accettando solo, al momento della Natività, una luce che si posa sulla grotta.
In tutto il resto, sia in Marocco, nel Sahara, sia in Italia a Matera, tenendosi a immagini di una concretezza quasi ruvida, animate al centro da interpreti magnificamente adeguati all’impresa. Non solo la giovanissima australiana di etnia maori Keisha Castle-Hughes, una tenera Maria, ma anche tutti gli altri, con facce giustamente poco note, ma autentiche. Non vi dimentico in mezzo l’irlandese Ciarán Hinds, un Erode quasi agghiacciante. Sempre però con la misura cui tutto il film obbedisce.



martedì 28 agosto ore 21,00
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)

Sideways - In viaggio con Jack

Un film di Alexander Payne
con Paul Giamatti, Virginia Madsen, Sandra Oh, Marylouise Burke, Jessica Hecht, Missy Doty, Alysia Reiner, Shake Tukhmanyan, Duke Moosekian, Thomas Haden Church.
Genere Commedia, produzione USA, 2004 - durata 124

La Trama
Le vie del vino sono infinite, ma anche profumate, gustose, limpide come il cristallo di un balloon. Il gusto di queste emozioni, hanno dato vita a un film, un road movie, dove l'amicizia fra due uomini di mezza età, è la dolceamara riflessione sul continuare a essere dei "novelli" giovani o apprezzare i piaceri della maturità, dell'invecchiamento.
Jack (Thomas Haden Church) è un attore di soap opera in procinto di sposarsi. Il suo migliore amico Miles (Paul Giamatti), bruttino, dolorosamente divorziato da due anni, e scrittore non proprio di successo, decide di fargli un regalo speciale. Una settimana sulle strade del vino della California, per un piacevole e intenso addio al celibato fra calici di nettare e campi da golf. Incontreranno anche l'amore, e Miles conoscerà Maya (Virginia Madsen), che, come lui, vive per la gioia di una buona bottiglia.
Ironico e riflessivo, il film di Alexander Payne, delinea i personaggi, le loro forze, le loro debolezze, e le mette in parallelo al vino, alle modalità dell'invecchiamento, di conservazione, di degustazione. I sette giorni che Miles e Jack trascorrono insieme sono il percorso di crescita di due uomini, profondamente diversi fra loro, ma legati da un'amicizia ventennale. La cultura di Miles, espressa da un irresistibile Paul Giamatti (le sue battute scandiscono il film), si scontra con l'istinto animale e grezzo di Jack. E le donne per loro vanno di pari passo con il vino. Per lo scrittore devono essere rare e uniche (come la ex-moglie), da apprezzare e da sorseggiare nella loro maturità; per il belloccio divo da soap opera, devono avere l'immediata esplosività di un "frizzantino".
Sideways,lento nell'apertura, ironico nel suo incedere, prende vita attimo dopo attimo (verrebbe da dire, sorso dopo sorso), quando le vineyards californiane e le cantine illuminano la scena. E' la sottile magia di un film, che realmente va lasciato decantare, per apprezzarne le qualità.
Come dice Maya, in uno dei momenti più intensi del film, il vino è vivo, come ognuno di noi. Nasce, cresce e raggiunge la maturità. In quel momento, ha un gusto fantastico.

Il Giudizio
di Andrea D'Addio

A vederli da fuori, sulla locandina lì seduti a fare un picnic, Miles (quello con la barba) e Jack (quello senza) sembrano proprio due tipi qualsiasi. E anche il titolo del film, "Sideways" è uno di quelli che si fa fatica a ricordare, soprattutto se non si sa che in inglese significa semplicemente "laterali", "obliqui". Solo dopo che si sarà entrati in sala, saranno state spente le luci e gli occhi avranno finalmente fissato il grande schermo, ci si comincerà a render conto che quel biglietto pagato qualche minuto prima e che adesso sta lì accartocciato in tasca sarà da conservare.

Miles(Paul Giamatti) e Jack(Thomas Haden Church) sono amici fin dai tempi del college. Poco prima che il secondo si sposi, partono per una vacanza da passare fra i vigneti della California. Miles è infatti un grande esperto di vino, oltre che un aspirante scrittore. Tra incontri, situazioni comiche e bizzarre, il periodo passato assieme darà loro modo di riflettere sulla vita e sulle proprie aspirazioni.

La magia della normalità. E' questa la sensazione che si avvertirà a fine visione. Payne, qui regista e sceneggiatore (con Jim Taylor), ci parla di persone comuni e situazioni altrettanto abituali riuscendo a creare un perfetto connubio tra leggerezza di tono e profondità di contenuti. La malinconia di Miles, incapace di guardare avanti e affrontare realmente il futuro viene stemperata da gag e battute a getto continuo, senza evitare che il messaggio comunque arrivi a destinazione. La passione per il vino diventa così sia il riflesso di umori e modi di intendere la vita che il filo conduttore di questo viaggio dal sapore elegante e semplice al contempo. E così il Pinot nero tanto decantato in un passaggio del film non è altro che l'emblema della vita del nostro Miles, tanto unico quanto incapace ad adattarsi all'ambiente che lo circonda. Così come in Election e A proposito di Schmidt, Payne ci parla infatti di persone che non riuscendo a comprendere la dilagante frenesia quotidiana stentano a capire quale sia il loro ruolo nella società.
Una sceneggiatura magnifica (che richiama talvolta il miglior Woody Allen nonché i fratelli Coen) che trova in una regia altrettanto valida la sua massima realizzazione. Il ritmo è sostenuto, ogni stacco già rimanda a quello successivo lasciando che le sensazioni dello spettatore si adagino tranquillamente da una situazione all'altra senza che ci si possa tirar fuori e pensare un attimo: "E adesso?"
E così anche il simpaticissimo quanto misconosciuto cast rivela le doti di attori che sono di secondo piano solo perché figurativamente "normali". In loro non traspare glamour, anzi li possiamo tranquillamente immaginare lì, nostri vicini di casa dopo una giornata di lavoro, che brindano in soggiorno alla prima pubblicazione del libro di Miles, magari progettando un'altra vacanza a base di scampagnate per i campi e buon vino.

La frase, o meglio, la poesia: "Il vino è un essere vivente. Amo immaginare l'anno in cui sono cresciute le uve di un vino. Se c'era un bel sole…se pioveva. E amo immaginare le persone che hanno curato e vendemmiato quelle uve. Se è un vino d'annata, penso a quante di loro sono morte. Mi piace che il vino continui ad evolversi. Mi piace pensare che se apro una bottiglia oggi, avrà un gusto diverso da quello che avrebbe se la aprissi un altro giorno. Perché una bottiglia di vino è un qualcosa che ha vita ed è…in costante evoluzione e acquista complessità finché raggiunge l'apice…come il tuo Cheval Blanc del '61. E poi comincia il suo...lento...inesorabile declino. E poi…cazzo quanto è buono!".


mercoledì 29 agosto ore 20.45
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)

Little Miss Sunshine

Un film di Jonathan Dayton, Valerie Faris
con Greg Kinnear, Toni Collette, Steve Carell, Paul Dano, Alan Arkin, Abigail Breslin, Mary Lynn Rajskub.
Genere Commedia, produzione USA, 2006 - durata 101

La Trama
La famiglia Hoover si mette in viaggio su un vecchio pulmino VolksWagen giallo da Albuquerque verso Redondo Beach per coronare il sogno della piccola di casa, Olive quello di essere eletta reginetta di bellezza al concorso Little Miss Sunshine. Non sarà un viaggio facile per i dissidi interni della famiglia - decisamente singolare - e la morte improvvisa del nonno. Riusciranno i nostri ad arrivare al concorso in tempo?
Grazie al supporto di tutti e alla mancata sepoltura del nonno, portato in un lenzuolo nel bagagliaio, Olive arriverà al concorso. A fatica riuscirà a farsi ammettere e la sua performance di ballo, alquanto osè, shoccherà al punto la giuria da escluderla da ogni altra competizione, ma la bambina troverà qualcosa di più importante: il sostegno incondizionato della sua famiglia.

Il Giudizio
di Alessandra Levantesi
Articolo pubblicato da La Stampa, 22 settembre 2006

Il segreto di Little Miss Sunshine, diretto con brio dalla coppia Jonathan Dayton & Valerie Faris noti come registi di video musicali, è sconvolgere lo schema tipico della sitcom in chiave di teatrino della crudeltà, senza perdere in simpatia. Quella degli Hoover di Albuquerque è una classica famigliola americana formata da Greg Kinnear, la moglie Toni Collette e due figlioli, l'adolescente Paul Dano e Abigail Breslin di anni sette. In più ci sono il nonno paterno Alan Arkin e lo zio Steve Carell, fratello di Collette, appena dimesso dall'ospedale. Tutto molto tipico e sano, salvo il fatto che Greg è autore di un programma su come avere successo che non ha alcun successo; che Toni, al secondo matrimonio, è talmente impegnata a mantenere l'equilibrio fra i suoi cari da rischiare di vedere saltare il proprio; che Paul, seguace delle teorie di Nietzsche e in rotta con tutti, ha deciso di restare muto e comunica esclusivamente tramite bigliettini; che il nonnino, sempre su di giri, è stato sbattuto fuori dall'istituto per uso di droga e che Carrell, reputato studioso di Proust, è reduce da un tentativo di suicidio per aver perso insieme l'amore e un importante riconoscimento accademico. L'unica a emanare una sorta di assurda positività è Abigail, che pur cicciottella e occhialuta è convinta di poter vincere il concorso di bellezza Little Miss Sunshine. L'evento coinvolge l'intero clan in un viaggio tragicomico verso Redondo, California, dove si svolge la gara. A bordo di uno scassato furgoncino, perfetto simbolo di una incasinata realtà interiore, vengono fuori frustrazioni e idiosincrasie che mettono i rapporti interpersonali a dura prova, finché nel grottesco finale la famiglia si ricompatta. Infranto da tempo il sogno americano, ora si parla di «disfunzione americana» e lo sceneggiatore Michael Arndt vi getta uno sguardo ironico e divertito, raccontando con una certa verità l'odierna difficoltà di vivere. Felicemente scelti e intonati, gli attori incarnano i personaggi con un'affettuosità che li riscatta.


mercoledì 29 agosto ore 22.30 circa
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)

Quando sei nato non puoi più nasconderti

Un film di Marco Tullio Giordana
con Alessio Boni, Michela Cescon, Rodolfo Corsato, Matteo Gadola, Andrea Tidona, Adriana Asti, Ana Caterina Morariu.
Genere Drammatico, produzione Italia, Gran Bretagna, Francia, 2005 - durata 115 minuti circa.

La Trama
Sandro è il giovane figlio di un industriale bresciano. La sua esperienza quotidiana lo mette a contatto con persone provenienti da diversi paesi extracomunitari ma la sorte che lo attende gliene farà sperimentare direttamente le profonde sofferenze. Infatti, nel corso di una vacanza in barca a vela verrà sbalzato fuoribordo, creduto morto dai genitori ma salvato e issato a bordo di una 'carretta del mare' che trasporta clandestini. Qui diventerà amico di due giovani romeni, Radu e Alina. Una volta sbarcati e alloggiati in un centro di raccolta i tre conserveranno il loro legame al punto che Sandro chiederà ai genitori di adottarli. I due però tradiranno la fiducia loro accordata anche se Sandro non smetterà di sostenerli.
E imbarazzante riferire di questo film di Marco Tullio Giordana. Lo è perché viene dopo due opere di alto impegno sia civile che cinematografico come I cento passi e La meglio gioventù. Questa volta qualcosa non ha funzionato. Giordana, Rulli e Petraglia hanno scritto una sceneggiatura che non riesce a commuovere e che, sul piano dell'analisi sociale, ingabbia gli elementi nello stereotipo di buona volontà. Gli scafisti sono dei 'cattivi' quasi ridicoli. Metà dei clandestini sembra presa da un casting di modelli. Lo stesso Alessio Boni appare a disagio nel ruolo dell'industrialotto in bilico tra solidarietà e difesa del proprio benessere. Si salvano il giovane protagonista Matteo Gadola, che rende credibile la determinazione altruistica del suo personaggio, e Andrea Tidona che offre al sacerdote che si occupa del Centro di Accoglienza una ruvidezza carica di umanità davvero efficace.
E' come se Giordana, dopo l'affresco de La meglio gioventù (che affrontava decenni di storia italiana attraverso storie individuali), si trovasse in difficoltà a raccontare una storia collettiva nel 'breve' spazio di due ore. Quindi lavora di sintesi ed è tentato dalle metafore visive (come nella sequenza finale) associate ad una fotografia lucida per una storia 'sporca'. Tutto ciò impoverisce un intento che, anche in questo caso provenendo da un regista onesto come Giordana, è assolutamente condivisibile: raccontare le contraddizioni positive e negative di un Paese come il nostro che si trova a confrontarsi da tempo con l'emigrazione.
Sarà per un'altra volta.

Il Giudizio
di Paolo D'Agostini
Articolo pubblicato da La Repubblica, 13 maggio 2005

Dopo l'immersione negli anni dai quali veniamo, Marco Tullio Giordana si è fatto nuovamente aiutare da Petraglia e Rulli per raccontare l'oggi della pressione che esercita sulla nostra vita, avendone modificato il panorama, un numero di immigrati che ha raggiunto il 5 per cento della popolazione.
Lo hanno fatto affidandosi allo sguardo di un bambino, privo di pregiudizi, ma lo stesso regista è riuscito a spogliarsi di ogni pregiudizio prendendo a riferimento il Bresciano: espressione di una mentalità che egli conosce e sente sua per essere originario di quei luoghi (come l'attore che ha scelto in mezzo al coro de "La meglio gioventù" per il padre industriale: Alessio Boni), e provincia laboratorio che più di ogni altra ha inserito il flusso migratorio nella vita produttiva e sociale.
Né razzismo né ipocrisia caritatevole ma uno sguardo vergine (il bambino) e pragmatico (un tessuto economico interessato alla mano d'opera). Deideologizzato. Che resta, senza la pretesa di essere diversamente, il nostro sguardo su "gli altri" e non viceversa.
Fedele al principio secondo cui la regia migliore è quella che non si vede, Giordana ha dato mano libera agli attori e al piccolo Matteo Gadola. Il suo Sandro parte in crociera con papà e amico del papà, nuovi ricchi un po' sbruffoni. Di notte li imita nel fare pipì fuori bordo e cade dalla barca. Straziante è la sua voce che chiede aiuto nel buio del mare. Lo salva un ragazzo rumeno tuffandosi dalla carretta che lo sta portando con altri disgraziati in Italia. Inizia per Sandro un percorso di formazione: fa esperienza della legge del più forte, ma anche dell'amicizia. Radu e la sorella Alina entrano nella sua vita.
Quando i genitori (Michela Cescon è la mamma) lo andranno a riprendere nel centro di accoglienza, Sandro vuole che adottino i due giovani clandestini. Vincono la riluttanza, sono pronti a ricambiare chi ha restituito la vita a loro figlio. Ma è difficile tradurre la fiducia dalle parole ai fatti, ancor più da parte di chi non ha ragione di dare la propria con naturalezza. Dopo la delusione (i rumeni rubano e scappano) comincia per Sandro un'altra vita: sarà una scena di grande intensità, condivisa con Alina schiava sessuale, il punto di partenza dal quale forse e faticosamente nascerà qualcosa di duraturo e paritario.
Giordana si è lasciato guidare da molte suggestioni, la prima è il libro di Maria Pace Ottieri al quale ha preso il titolo (e la zona del centro di accoglienza) ma sullo sfondo sta anche una lettura classica. "Capitani coraggiosi" di Kipling da cui vengono la caduta in mare e il salvataggio del bambino ricco da parte di un'umanità ruvida, che gli disvela nuovi orizzonti. Un film forse discontinuo, ma regala momenti pregiati.



Giovedì 30 agosto ore 20.45
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)


Lezioni di volo

Un film di Francesca Archibugi
con Giovanna Mezzogiorno, Andrea Miglio Risi, Angel Tom Karumathy, Anna Galiena, Flavio Bucci, Roberto Citran, Angela Finocchiaro, Mariano Rigillo, Manuela Spartà.
Genere Drammatico, produzione Italia, 2006 - durata 106 minuti

La Trama
Pollo e Curry hanno diciotto anni e poca voglia di impegnarsi a scuola e nella vita. Pollo è ebreo e figlio di un padre intransigente e una madre svampita. Curry è indiano e figlio adottivo di una psicologa emotiva e di un giornalista fedifrago. Bocciati alla maturità partono in vacanza "premio" per l'India dove, fuori dai circuiti turistici, incontreranno Chiara, ginecologa di una Onlus internazionale. Nel deserto del Thar proveranno finalmente interesse per la vita: Pollo si innamorerà di Chiara e del suo coraggio, Curry cercherà la madre naturale e le sue origini. Torneranno a casa e all'occidente col "brevetto di volo".
Se l'ultimo film di Francesca Archibugi non aggiunge molto alla sua poetica dell'adolescenza, aggiornata al 2007 e ai suoi giovani con nessuna pretesa di cambiare il mondo in cui vivono, non manca di stupire perché sembra l'unico rimasto a raccontare con credibilità i ragazzi e tutto ciò che li riguarda: i gesti, il gergo e quel misto adolescenziale di vulnerabilità e sfacciataggine.
Lontani da esami "mondiali" di maturità e da amori per sempre sul Ponte Milvio, lontani dall'essere intraprendenti e "fichi" dentro un filmetto di formazione che ripensa ai "migliori anni della nostra vita", i due protagonisti a lezioni di volo sono normali, prematuri e bocciati, sono ragazzi a cui bisogna dare tempo e respiro per scoprire chi sono. Archibugi torna a fissare sulla pellicola i cicli di crescita dei figli e quelli di appassimento dei genitori.
Genitori ribelli e disillusi, che si misuravano coi grandi temi sociali e politici, hanno generato figli sommessi e immaturi, che si chiedono poco o nulla, difficili da lasciare andare per paura della solitudine o per paura che si facciano troppo male. Figli inconcludenti che la regista osserva senza giudicare, cercando di comprenderne il mondo.
Figli che provano a crescere lontani da famiglie affettive che evitano i contrasti e che li tengono al riparo da tutto, soprattutto dalla vita. Nel cuore materno e pulsante dell'India c'è una giovane donna "normativa" che insegnerà loro regole e responsabilità, il gusto delle grandi sfide e la fatica della competizione. Archibugi riconferma i modi della commedia per trovare un respiro quotidiano a una storia di amori e dolori giovanili, di ragazzi che si sentono drammaticamente superflui e inadeguati ad affrontare i mali della crescita, che arriverà senza clamori sui tetti di Roma, centro storico prima circoscrizione.
La lievità della Archibugi sostiene ancora una volta la concretezza della materia scelta: i ragazzi e il loro compito generazionale. Bentornata.

Il Giudizio
di Roberto Nepoti
Articolo pubblicato da La Repubblica, 16 marzo 2007

In un vecchio apologo indiano, un maestro osserva i discepoli che tentano invano di raggiungere un'aquilone, inveendogli contro. «La colpa non è sua – osserva – ma vostra, perché non sapete spiccare il volo». Il nuovo film di Francesca Archibugi è un po' lo sviluppo di questo apologo. Parte da vicino e arriva lontano. Due diciottenni, (A) Pollo (nio) e Curry, ottengono dalle rispettive famiglie di partite per l'India; paese di cui Curry, adottato da una coppia romana, è originario. Non sarà un'esperienza turistica. Derubati di tutto, isolati l'uno dall'altro, i due giovani si perdono in una realtà che per loro ha i colori dell'incubo. Fino all'incontro casuale di Pollo con Chiara, medico italiano volontario che presta la sua opera in un villaggio nel deserto: mentre il ragazzo s'innamora della dottoressa, sposata a un collega scozzese, Curry va nel Kerala, alla ricerca della madre biologica. Con la sceneggiatura di Lezioni di volo, Francesca Archibugi e Doriana Leondeff sono riuscite e realizzare quello che, per il nostro cinema, è un piccolo prodigio: non rappresentare le generazioni (soltanto) come polarità opposte, ma mostrare personaggi di ogni età impegnati, ciascuno a suo modo, in una difficile ricerca identitaria. Se Archibugi continua a mettere in scena protagonisti alle prese con l'adolescenza, dimostra di avere riflettuto con finezza sui mutamenti psicologici e sociali intervenuti, negli anni, in quella fondamentale età di transito. Qui giunge, però, a rappresentare una "formazione" permanente che non riguarda più soltanto i ragazzi, ma anche i loro padri e le loro madri, nonché la trentenne Chiara, sorta di apolide esistenziale in cui l'esperienza innesca un processo destinato a cambiarle la vita. Il pellegrinaggio coinvolge i genitori rimasti a Roma: il padre di Pollo, antiquario ebreo che flirta con la morte, la sua infelice consorte e la madre adottiva di Curry, psicologa tradita dal marito. Ben scritto, Lezioni di volo installa subito i personaggi e ne segue l'evoluzione con sensibilità e coerenza. Lo stile è realistico (si assiste anche a un parto), con location autentiche accuratamente antiesotiche. Agli antipodi, insomma, delle pratiche di "studio" del cinema di Bollywood; semmai più prossimo ai film dell'indiana Mira Nair, ma depurati da ogni scoria di patetismo. La volontà, di per sé coraggiosa, di coniugare realismo delle immagini e respiro epico del romanzo di formazione è consolidata dalla scelta della regista di "sparire" dietro la macchina da presa, quasi che la storia si narri da sé.



Giovedì 30 agosto ore 22.30 circa
Giardini Pubblici Toronto (località San Sebastiano)


Mai più come prima

Un film di Giacomo Campiotti
con Laura Chiatti, Lidia Broccolino, Marco Velluti, Natalia Piatti, Marco Casu, Pino Quartullo. Genere Drammatico, produzione Italia, 2005 - durata 106

La Trama
Dopo l'esame di maturità sei compagni di classe partono per una vacanza insieme, vorrebbero andare al mare, ma finiscono quasi per caso in una baita tra le montagne delle Dolomiti. Questi ragazzi, il coatto cannaiolo, la versione adolescenziale di Siddharta, la barbie, il borghese finto ribelle, l'innamorata non corrisposta e un ragazzo disabile, sono stati compagni di banco per cinque anni, ma si conoscono solo superficialmente. In questa breve vacanza però hanno l'opportunità di conoscersi, confrontarsi e di compiere esperienze che li cambieranno profondamente una volta tornati a casa, in città.
I sei protagonisti nella loro individualità sono delle macchiette, degli stereotipi in cui potrebbero identificarsi non solo i giovani di oggi, ma anche quelli di due o tre generazioni fa. Scelta consapevole da parte del regista Giacomo Campiotti, che cercando di dare alla storia un respiro di universalità ha di fatto scolpito in modo un po' troppo grossolano dei personaggi, che riescono a far ridere proprio perché eccessivi.
Il film però non è una commedia e al contrario affronta tematiche complesse come la morte, la disabilità, l'incomunicabilità tra adulti e adolescenti e le loro preoccupazioni sul futuro, cercando di offrire spunti di riflessione. Tutti i ragazzi a loro modo vivono relazioni conflittuali con genitori e insegnanti, che non riconoscono come modelli positivi, e l'unico del gruppo ad essere tranquillo, in pace con se stesso e con gli altri, muore tragicamente.
Mai più come prima è tutto sommato una bella storia, ambientata in un contesto molto suggestivo, ripresa con grande poesia dall'occhio della macchina da presa, anche in contesti proibitivi come l'alta montagna, ma che indugia talvolta con eccessiva insistenza su una simbologia banale, rallentando il ritmo del film.

Il Giudizio
di Maurizio Porro
Articolo pubblicato da Il Corriere della Sera, 11 novembre 2005
Sei ragazzi sulle Dolomiti, trekking dopo la maturità, quella scolastica: fanno le fusa alla vita, con chitarra e video ma un tragico incidente, e una catena di complessi, cambierà le loro vite. Nulla è condonato: tutta la retorica dei giovani (per non dire le famiglie!), la natura e le sue meraviglie, l' adolescenza a termine, oltre al personaggio ricattatorio dello spastico, al punk disturbato, alla biondina viziata, alla bruttina quasi stagionata: tutti segnati. Pare lo sia stato anche l' autore Giacomo Campiotti (è suo il sensibile Come due coccodrilli), che può chiedere le attenuanti per questo (foto)romanzetto di formazione sincero ma incapace di emozioni, clamorosamente banale, inficiato da troppo buoni sentimenti come un volantino ciellino. Volonterosamente recita un gruppo di giovani stereotipati, senza simpatia.


Venerdì 7 settembre ore 20.45
Palestra Polifunzionale Scuola Media

Un tocco di zenzero

Un film di Tassos Boulmetis
con Georges Corraface, Tassos Bandis, Basak Köklükaya, Ieroklis Michaelidis, Renia Louizidou, Stelios Mainas, Tamer Karadagli, Markos Osse.
Genere Drammatico, produzione Grecia, Turchia, 2003 - durata 108 minuti

La Trama
Fanis, professore di astronomia ad Atene, deve rimandare le sue vacanze per l'arrivo improvviso di suo nonno che non vede da anni. Organizza un pranzo per lui e per i suoi amici, ma nonno Vassilis non arriva. È l'occasione per Fanis di fare un viaggio indietro nella memoria, al tempo in cui, bambino, passava la gran parte del tempo a giocare con l'amata Saime nel negozio di spezie del nonno a Costantinopoli, e poi al giorno della deportazione in Grecia e a come la sua vita ne sia stata segnata per sempre. Conosciamo così una famiglia in cui la cucina ha un ruolo fondamentale e le cui vicende sono sì centrali, ma sono anche il mezzo per raccontare una storia più ampia, quella del sanguinoso rapporto tra Turchia e Grecia nel secondo dopoguerra.
Inizia in maniera suggestiva questo film, turco-ellenico come la famiglia che ne è protagonista, per poi incanalarsi in binari più consueti. Il passaggio dal presente narrativo al ricordo di Fanis avviene con un lungo piano sequenza, misto di animazione 3D e riprese dal vero, di squisita fattura e assai originale. Purtroppo, l'estro registico di Boulmetis non è bissato in sede di scrittura, e infatti gli sviluppi della storia sono poco convincenti e alcune scene risultano poco funzionali e fuori contesto, sebbene il film resti gradevole e aggraziato fino alla fine. Giudizio sicuramente positivo, purché si faccia finta di non vedere la enorme similitudine con Nuovo Cinema Paradiso, sicuramente non casuale. Un consiglio: da vedersi assolutamente a pancia piena, perché fa venire l'acquolina.

Il Giudizio
di Roberta Bottari
Articolo pubblicato da Il Messaggero, 18 Marzo 2005

Fanis, un bambino greco di Istanbul, cresce nel retrobottega del negozio di spezie del carismatico nonno. Impara a dosare sale, coriandolo, cumino, pepe e chiodi di garofano. In poche parole, impara a vivere. Perché Un tocco di zenzero , attraverso il cibo, parla in realtà di famiglia, d’amore e di politica. Siamo negli anni Sessanta e la crisi di Cipro costringe la famiglia di Fanis ad abbandonare la Turchia per rifugiarsi ad Atene. Partono tutti, tranne il nonno. Il film, uno dei migliori incassi in Grecia a memoria d’uomo, rappresenta la patria ai prossimi Oscar. Dichiaratamente autobiografico, da una parte mostra delle ingenuità e una certa tendenza al sentimentalismo, dall’altra, però, riesce a mettere a fuoco lucidamente un complicato periodo storico, attraverso le vicende umane dei protagonisti. In più, stiamo parlando di un film super-sovversivo. In un’epoca in cui la famiglia è dipinta come l’asse del male, il regista ci racconta la storia di un uomo che, grazie alla sua famiglia, ha imparato la cosa più importante del mondo: che gli imprevisti nella vita non si possono evitare ma, con un pizzico di zenzero e di ironia, si possono almeno affrontare.



Venerdì 7 settembre ore 22.45 circa

Palestra Polifunzionale Scuola Media

Dillo con parole mie

Un film di Daniele Luchetti
con Stefania Montorsi, Giampaolo Morelli, Martina Merlino, Alberto Cucca.
Genere Commedia, produzione Italia, 2003 - durata 108 minuti circa.

La Trama
Martina detta Meggy, quattordicenne in cerca di avventure, evita la solita vacanza con gli scout e decide di trascorrere qualche giorno con la zia Stefania, trentenne nevrotica, reduce dal fallimento di un'importante storia sentimentale con il belloccio Andrea. Martina convince Stefania ad accompagnarla a Ios, dove è intenzionata a perdere la verginità. Nell'isola c'è però anche Andrea, che cerca di dimenticare Stefania a furia di spinelli e dolci al cioccolato. Martina lo conosce e tenta di imbastire una relazione con lui, consigliata all'uopo dalla zia Stefania, ignara che il possibile fidanzato della nipote è il suo ex. Dopo una notte di sbronze, i nodi vengono al pettine, e Stefania e Andrea sono costretti ad affrontare la realtà del loro sentimento.
Dopo alcuni film di buon impegno, Luchetti, con la complicità della moglie Stefania Montorsi, soggettista e co-sceneggiatrice, si rituffa nella pura commedia, forse la cifra stilistica che gli riesce meglio. Nonostante la simpatia dei protagonisti, una sceneggiatura attenta a non scadere nella sociologia spicciola ed un originale lieto fine in musica che stempera la propria banalità obbligata, la pellicola però non decolla, finendo per essere troppo superficiale per finire sotto pelle. Menzione speciale per l'esordiente Martina Merlino, interprete naturale con un viso simpatico e, vivaddio, un fisico non da lolita pre-confezionata.

Il Giudizio
di Paolo D'Agostini
Articolo pubblicato da La Repubblica, 05 aprile 2003

Federico Fellini descriveva invariabilmente quello che stava facendo, anche se stava facendo un capolavoro e anche se ne era consapevole, come un "filmettino". Non sarà pertanto un disonore per Daniele Luchetti, il regista che ha contribuito in maniera così decisiva a identificare e consolidare il nuovo cinema italiano degli anni Novanta, e ad affermarne con Il portaborse e con La scuola alcuni dei più significativi consensi, rilevare la "piccolezza" del suo nuovo film Dillo con parole mie.
Non che sfugga lo spirito di esplorazione e perfino di ricerca linguistica che egli ci ha messo dentro. Non che si tratti di un prodotto tirato via o sciatto, al contrario. Può anche darsi che il suo deliberato orizzonte adolescenziale riesca a cogliere nel segno, questo lo dirà il botteghino: ma è che esso risulta un po' artificiale. Sembra, appunto, uscito da un laboratorio più che da una necessità o da un'urgenza creativa realmente sentite.
Tema: quello di una teen-ager grassottella e intraprendente che si è data un preciso obiettivo, quello di perdere la verginità entro la fine delle vacanze estive. Il piano prevede di far perdere le proprie tracce tanto al gruppo scolastico avviato al campeggio quanto ai genitori, per convincere la zia permissiva e - suo malgrado - temporaneamente single a farle da guida nella ricerca del "tipo giusto". Che si svolgerà su un'isola greca, scelta per la sua fama come ideale complice per quello che c'è da fare.
La situazione da commedia degli equivoci che si produrrà (diciamo che ciò che la zia ha momentaneamente perduto e ciò che la ragazzina smania per trovare s'incarnano nella medesima persona, senza che ovviamente nessuno dei contraenti se ne renda conto fino alla fine) serve sicuramente a tenere allegri per un'oretta e mezza.
Resta l'interrogativo, più una perplessità che un'opinione negativa, su che cosa c'entri tutto questo con il quarantenne regista delle opere già citate, probabilmente scottato dall'esito dell'ingiustamente sottovalutato Piccoli maestri, il precedente film del '98 al quale Luchetti era rimasto fermo.