Sant'Antonio Abate: Culto, Riti
e Tradizioni Popolari in Ciociaria

La Festa di S.Antonio a Supino
di Giuseppe Agostini


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La Festa di Sant'Antonio Abate e la Sagra della Polenta
Dal 14 al 27 gennaio si svolgerà, a cura della Parrocchia di San Nicola, la prima festività del calendario supinese che avrà il suo culmine nella tanto attesa Sagra della Polenta

FESTA DI SANT'ANTONIO ABATE
Programma Religioso

Lunedì 14 - Martedì 15 - Mercoledì 16 gennaio
ore 18.00 - Triduo in onore del Santo con Santa Messa

Lunedì 14 gennaio
ore 18.00 - Esposizione della STATUA del SANTO con Santa Messa

Mercoledì 16 gennaio

ore 18.00 - Benedizione delle PANICELLE con Santa Messa e
Distribuzione delle PANICELLE

Giovedì 17 gennaio

ore 9.00 - Santa Messa Parrocchiale
ore 11.30 - Benedizione degli animali e Santa Messa
ore 18.00 - Santa Messa Vespertina

Domenica 27 gennaio

ore 9.00 - Riposizione della STATUA del SANTO



Programma Civile

Domenica 20 gennaio
SAGRA della POLENTA e SALSICCE
fornite dalla "MACELLERIA OTELLO" di Cappella Elisa
via Morolense Km. 11.500 - Supino (FR) - Tel. 0775 227579

ore 12.00 - Benedizione della POLENTA che sarà distribuita abbondante, bollente, fumante, condita con ottimo sugo e accompagnata da una gustosa salsiccia a tutti i convenuti puntualmente in Piazza San Nicola (sconsigliato l'uso di piatti di plastica).

Gli spari saranno a cura della ditta Pirotecnica Scarsella di Alatri (FR).


In caso di pioggia la Sagra sarà rinviata alla Domenica successiva.

Il Direttivo ringrazia tutti i soci e quanti hanno contribuito per la buona realizzazione della festa.



Il Parroco
Don Antonino Boni

Il Presidente del Comitato di Sant'Antonio Abate
Idio Boni

il Direttivo del Comitato di Sant'Antonio Abate
Delfino Boni - Domenico Santia

Collaboratrici
Luigina Berneti - Tiziana Cerilli

Il Presidente dell'Associazione Pro Loco
Simona Piroli

Il Sindaco
On. Alessandro Foglietta

L'Assessore alla Cultura
Dr. Gianfranco Nardecchia


S. ANTONIO ABATE:
CULTO, RITI E TRADIZIONI POPOLARI IN CIOCIARIA

dagli Atti del Convegno svoltosi a Patrica il 22 gennaio 1995
Istituto di Storia e di Arte del Lazio Meridionale


La Festa di S.Antonio a Supino
di Giuseppe Agostini

I giorni di Sant’Antonio Abate sono la festa dei poveri, la apparizione e la rivelazione della tenacia, dell’ingegno, dell’immaginazione estrosa, dell’organizzazione puntigliosa, del decoro della improvvisazione, virtù magistrale delle contrade lepine.
La vigilia della festa viene preteso e effettivamente elargito, da qualche famiglia preminente, il risarcimento del pane, in forma di fuso o di pesce, confezionato con farina lutea di granturco, chiamato mollemente <<panicella>>, spesso corteggiato dalla salsiccia vile di fegato di maiale, la <<mazzafetaga>>, fortemente agliata e impeperonita ( gli aromi della provvidenza apotropaica) per scoraggiare una consumazione illimitata. I signori – pochi – si concedono il brivido della beneficenza e per la famiglia cuociono forme di pane con farina bianca o gialla. I poveri – moltitudine – cuociono sotto cenere e brace, imballate nelle grandi foglie di cavolo, le placentari <<pizzòle>>, estese panicelle domestiche.
La panicella si reclama senza arroganza, senza piaggeria, anzi, come contropartita vantaggiosa, con la formula di investitura magistrale: <<dammo la panicella i dammala addavero, che pozzi fa’ ‘no figlio cavaliero>>.

Da noi Sant’Antonio ha gli attributi di protettore degli animali e quindi di garanzia del nutrimento. Altrove, per esempio tra i monti tiburtini e prenestini, viene venerato come protettore del fuoco, che cova e si espande dal cavo della mano. Per questo si accende il <<focaraccio>>, rogo di grandi proporzioni, per il quale tutti apportano il contributo di una fascina. Intorno al fuoco si conversa e si mangia, stimando l’altezza meravigliosa delle fiamme e il possente riverbero della luce e del calore. Si disputa con il sussiego di una tesi aristotelica sulla proprietà del cibo o del fuoco. Alla fine tutti si accordano secondo il proverbio: <<Teneva lu pano e s’ha morto; teneva gliu foco i ha campato>>.
A rotta di collo, dopo la benedizione da cui paiono tarantolati, per la temeraria discesa della via precipitosa, che pare scaturire dal portale stesso della chiesa di San Nicola, si lanciano pazzamente gli asini e i muli di contadini e montanari e boscaioli, privi di cavaliere, aizzati e beccati da fruste, corde e pungoli, per la sensazionale olimpiade equestre. Sul selciato slittano gli zoccoli delle rustiche cavalcature, suscitano un mare di scintille. La gente si ritira di furia nei portoni, sfiorata dai fianchi fumanti dei cursori strepitosi. La corsa si distende e si estingue dopo la porta di Santa Maria Maggiore, ora scomparsa. Il vincitore è incoronato con una grande ciambella di pasta di pane.
Nel circuito della abside di San Nicola sono oggi esposte otto bandiere, o palii, di molti colori. Una riffa, misurata sulla maggiore offerta, ne decreta il possesso annuale e il diritto di custodia nella propria abitazione. Ma il contadino ne adorna la stalla, a sostegno e protezione degli animali.
E’ lecito, mi pare, supporre una relazione fra la corsa degli animali e gli stendardi, come sono chiamati. Faccio qui l’ipotesi che i palii anticamente assegnati agli animali vincitori nella corsa fossero offerti e consegnati, all’incanto, ai migliori offerenti di un’asta spontanea. La collocazione bene augurale nella stalla, fra gli animali domestici, richiama l’auspicio e la trasmissione della forza, della salute e del valore dei vincitori.

Per il fenomeno della pendenza del monte che, effettivamente, sostiene la diceria che canzona Supino come il paese senza sole, il giorno esatto della festa, 17 gennaio, dopo le mezze ombre iperboree di molte settimane, un primo raggio di sole, chiamato poeticamente <<spera>>, viene elargito anche sulle case più castigate di Pasquavino, l’antico quartiere che sovrasta San Cataldo. Il proverbio è radioso: <<Sant’Antonio gliu solo a ‘gni cantono>>.
Un personaggio di Supino, un campione della mitologia lepina, oggi negletto nella sciatteria dominante, è Giuseppe Mancini, vissuto fino al 1936. Pastore militante, viveva un suo georgico eremitaggio in una capanna di pietra e di erbe, sui pascoli alti di Santa Serena. Per la alta statura, la superba professione pastorale, una concezione sommaria della lealtà, il magistero di costruttore e suonatore di zampogne, un certo mistero fosco e lampeggiante di maestro di coltello e altro, veniva chiamato Peppe Bravo. Non diversamente da un principe pastore di omerica memoria portava guardamacchie di capra e, all’orecchio destro, l’orecchino di oro e di corallo. Atterrava al paese in due sole occasioni: San Cataldo e Sant’Antonio, con apparizioni fugaci e incontrollate. Il giorno di Sant’Antonio, quando il simulacro, per l’aspra salita, appare contro la facciata di San Nicola con le sue porte spalancate come il tempio di Giano in tempo di guerra e l’incenso che si disperde a nuvole dall’interno della chiesa deserta, Peppe Bravo aspetta a piede fermo la statua e, nel gesto di una familiarità e consuetudine fra principi del sangue, suona sulla zampogna le musiche provate per tutto l’anno nella solitudine montana. E subito, dopo la sua torva, estatica, brigantesca devozione, scompare per i fatti suoi.

Oggi si mangia la polenta, e si benedicono con compassionevole, traslata liturgia, [...] i cuori impassibili delle autovetture.
Una valutazione storica di questa festa, di cui le manifestazioni peculiari appaiono consolidate fra otto e novecento, si sarebbe stabilita con maggiore precisione sulla datazione dell’antica statua, oggi sostituita. La statua antica e primaria, insieme al mirabile coro di legno di noce e alle statue ancora intatte di San Silvestro e Santa Anatolia sono scomparse per sempre. Un ecclesiastico, vero angelo sterminatore, sulla scorta di una semplice stizza ideologica e una interpretazione sommaria del Concilio Vaticano, ha sottratto al popolo le sue divinità, nella convinzione di commettere meritevole, benemerente iconoclastia.
Il sant’uomo, non più parroco, è stato innalzato a incarichi più elevati, come accade. Dalla moltitudine di cittadini privati insensatamente delle antiche immagini non si è levata una sola parola di dolore o di protesta.




Ringraziamo l’autore di questa testimonianza, il Maestro Giuseppe Agostini ed il Presidente dell’
ISALM, il Prof. Gioacchino Giammaria per averne permesso la pubblicazione.

Ringraziamo, inoltre, l'Assessorato alla Cultura del Comune di Supino e, in particolar modo, la Dott.ssa Serenella Bracci per l'attività di ricerca effettuata e per la segnalazione dell'articolo.

Si ricorda che il volume “San Antonio Abate: culto, riti e tradizioni popolari in Ciociaria” è consultabile presso la Biblioteca Comunale di Supino e presso le Biblioteche dell’Associazione Intercomunale Biblioteche “Valle del Sacco”.