SULLE
ORME DI SAN ROCCO
La
vita del Santo francese, nato marchese e vissuto in povertà al servizio
dei bisognosi. L'analisi storica dell’insegnante Adriana Ersi Corsi
in occasione delle celebrazioni 2008
di
Adriana Ersi Corsi
Libera
e Giovanni Delacroix, rispettivamente nobildonna e marchese
di Montpellier, governatore della città, invocano a lungo dal signore
la grazia di un bimbo, ma per imperscrutabili disegni divini vengono esauditi
solo a tarda età, nasce così il piccolo Rocco di Montpellier
con una croce vermiglia impressa sul petto quasi a sigillo indelebile
di una santità futura.
I genitori non assaporarono il frutto del loro amore e della loro devozione
perché la morte li colse entrambi lasciando orfano il loro piccolo.
Ma questi, appena giovinetto, non esitò a far suo il messaggio evangelico
della perfezione: “Vendi tutto quello che hai e seguimi”.
Cedette così, il giovane marchese di Montpellier,
i suoi beni ai poveri, ai derelitti ed agli sconsolati e, qual romeo del suo
tempo, si diresse verso Roma, tappa irrinunciabile per qualsiasi
devoto medievale, in quanto sede della cristianità.
Però la voce della carità irresistibilmente lo afferrò
quasi alle spalle della grande città, ad Acquapendente.
Era scoppiata la peste bubbonica, la famosa peste
nera ed egli, noncurante del contagio, si soffermò in quella
città e si prodigò all’inverosimile per curare i malati
affetti dal terribile morbo. Poi il male si allargò e raggiunse il
Settentrione e, “l’Eterno pellegrino dell’amore”
tornò indietro e si stabilì tra Cesena e Piacenza.
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| Jacopo
Robusti detto Tintoretto (1518-1594): Glorificazione di San Rocco -
Olio su tela, 1564 |
Divennero le sue spalle l’unico mezzo di locomozione tra appestati e
lazzaretti approntati come luoghi di cura. Ma sulle rive del Trebbia,
si accorse che un grosso bubbone era fuoriuscito sul suo ginocchio sinistro.
Così lacero, vergognoso, stanco e sofferente Rocco cercò un
rifugio solitario in una grotta lontana, per morirvi da eremita,
in quel di Sarmato.
Qui la realtà assume il ritmo di una poesia leggendaria. Vi si recita
di un cane fedele, affezionato, che amorosamente curasse
la sua infermità leccandogli delicatamente le piaghe per fermare l’emorragia
continua, per refrigerare i suoi dolori lancinanti, per recargli fra le sue
labbra attentamente un fresco dolce pane giornaliero, la famosa ciambella
(così è ancora chiamato nel settentrione), sottratta alla mensa
del suo padrone, il nobile Gottardo Pollastrelli che voleva
seguirne le orme carismatiche, come penitente, ma che sconsigliato dal Santo
stesso, fu il primo biografo e ne dipinse un ritratto tuttora visibile nella
chiesa intitolata al Santo in Piacenza.
A chi ne volesse sapere di più, il mito della famosa ciambella
dolce era legato alla raccolta di pani ad opera di un esiguo numero
di prescelti, tra le personalità del luogo, da distribuire in piazza,
come premio per festeggiare le truppe di ritorno, stornato un grosso pericolo
pubblico.
Si doveva aver cura di distribuirle soprattutto fra i più poveri e
gli impossibilitati a presenziare alla partecipazione della comune gioia.
La trasposizione quindi di festa in Sagra
o Sacra paesana avvenne allorché si eressero
dei soli Santi a protettori, in grado di allontanare dal pericolo il popolo
con i loro interventi miracolosi.
Nella lavorazione codesti pani assunsero dalla fantasia popolare diverse forme:
pane forato al centro della corona circolare, liscio, intrecciato,spezzettato,
le attuali ciambelle.
La distribuzione di esso, come dolce principale di una sagra, risale al
1643 proprio in onore di San Sebastiano e San Rocco,
protettori entrambi della peste i quali avevano interceduto presso
Dio per l’allontanamento di una grossa calamità.
Questa ciambella è rimasta dunque protagonista della vita del Santo,
vita che allora non si è spenta col contagio perché la terra
necessitava ancora della sua “presenza”, della sua “ pazienza”
e della sua “beneficienza”.
Guarito dunque con la medicina del pane miracoloso del suo cane coadiuvato
dalla misericordia, quotidianamente presenti nelle vesti di un angelo rosato,
visse per altri otto anni sulla terra risanando i malati anche col solo segno
di croce, diventando famoso come il “giovane pellegrino”
che portava a tutti guarigioni impossibili nel corpo e nello spirito.
Morì a soli 32 anni nel carcere di Voghera, come malfattore.
Non rivelò mai la sua identità, classificandosi
come umile servitore di Cristo; fu riconosciuto solo per
la croce vermiglia che, si dice, emettesse alla sua morte strani bagliori
intermittenti, marchio della sua santità fin dalla nascita.
Nella liturgia del santo si parla di immediati documenti redatti da due Papi:
Onorio III e Gregorio IX. Della sua conclamazione
a Santo si parla nel Concilio di Costanza.
Nel 1504 sale agli onori degli altari e Gregorio XIII ne fissa la festa il
16 di agosto , giorno della sua morte. Quasi subito le incommensurabili gesta
del Santo “Pellegrino di Dio” ispirarono numerosi
artisti, pittori e scultori. Non parliamo delle opere del Tintoretto
e della sua più famosa tela “San Rocco in gloria”
o affreschi di altri autori della scuola di Venezia.
Con un bel salto in avanti nel tempo, anche noi sanrocchini di Supino
innamorati della vita del Santo dalle piaghe purulente (similari
a quelle che affliggono la società) abbiamo espresso la nostra “presenza”
ammirando i tesori d’arte iconografica europea in un recente museo inaugurato
a Capriate, dove abbiamo presenziato col dono di uno stendardo
su stoffa serica istoriato a mano in oro che rappresenta un momento eclatante
della vita del Santo (autore G. Cerilli).
Siamo stati presenti in due mercatini a settembre e dicembre con pazienza
certosina nell’intrecciare artigianalmente vimini (Tiberio Romiri),
nel forgiare utensili di ferro (Agostini, Marchesini e Romiri A.),
nell’eseguire all’uncinetto indumenti vari (Memmina, Anna
Zuccaro, Valentina Querqui), nel realizzare fiori particolari con
carta crespa, nel trasformare ceppi cedui in originali ciocchi natalizi e
nel creare pendule sfere scintillanti (Ersi).
E’stato anche edificato su uno spazio innevato un castello medievale
ligneo (Adriana Romiri e Dario Mancini), tra un andirivieni
di babbi natale (Ersi, Cerilli), su slitte (U. Corsi)
e fiore all’occhiello un quadro di arte sacra dipinto dal maestro Felice
Stracqualursi.
Tutto il ricavato della vendita è stato devoluto in beneficienza ad
una bimba malata per particolari cure all’estero.
Abbiamo o non abbiamo tenuto fede al trittico emblema sanrocchino: “Presenza,
pazienza e beneficienza”? Possiamo gustarci dunque la dolce
melodia di Massimo Ranieri che unicamente per Supino offre
una esibizione di piazza, sgranocchiare ciambelle innaffiate dal buon vino
paesano ascoltando il bravo Giò Valeriani in concerto,
vivere momenti di aggregazione e gioia assaporando gli gnocchi alla romana
della ditta Pietrandrea al suono di un orchestra danzante,
nei Giardini di “Toronto”. Tra miriadi stelline di artificio,
petali di cielo che diramandosi si intersecano in scintille di vero amore
e salutano, nelle fresche serate settembrine, una simpatica Supino ancora
vacanziera! Dunque, suvvia amici all’unisono unitevi con me nel formulare
di cuore un “Grazie Comitato! Semper ad meliora con San Rocco”.