
|
Principali
stanziamenti preistorici nel Lazio meridionale
1 Ceccano - 2 Castro dei Volsci - 3 Fontana Liri - 4 Arce - 5 Ceprano
6 Isoletta - 7 S.Giovanni Incarico - 10 Via Appia km 88 - 11 58 Migliora
12 Circeo (Fonte di Via Flacca km 8,7 - 16 Grotta di Tiberio
17 Grotta dei moscerini - 18 Grotta S. Agostino - 19 Pofi
21 Via Mediana km 23 - 22 Circeo (Molella km 29,9)
23 Circeo (Piscina di Lepre) - 24 Grotta Salvini - 25 Carpineto
26 Pontecorvo
27 Cassino - 28 S. Angelo in Teodice - 29 Anagni - 30 Arnalo dei Bufali
35 Roccagorga - 36 Sgurgola - 37 Fiuggi - 38 Frosinone - 39 Alatri
40 Casamari - 41 Rocca d'Arce - 42 Isola Liri - 43 Aquino
tratto dal sito www.cassino2000.com
|
 |
| Mosaico
rinvenuto presso il sito archeologico di via Cona del Popolo a Supino,
risalente al II sec d.C. |
L’area
del Lazio centro-meridionale cominciò ad essere frequentata già
dal neolitico. In particolare il corso dell’odierno fiume Sacco attraversava
una vallata ricca e fertile, un sito ideale per l’insediamento di gruppi
umani.
La facilità delle comunicazioni e degli spostamenti, dovuta al bacino
fluviale, rendeva l’area particolarmente funzionale ai traffici di merci
e persone lungo la direttrice nord-sud rendendo il sito particolarmente appetibile
agli occhi dei popoli preromani sin dagli inizi del I millennio a.C.
Nell’VIII-VII sec. a.C. infatti gli Etruschi, che all’epoca erano
annoverati tra le maggiori potenze militari e commerciali del Mediterraneo,
decisero di sfruttare la valle per collegare i centri dell’attuale Toscana
meridionale con Capua e Pontecagnano in Campania, al fine di facilitare lo
scambio di prodotti ceramici, di oreficeria e materie prime.
Le popolazioni locali entrarono dunque in contatto con le due culture più
fiorenti del periodo: quella Villanoviana e quella Greca.
Al declinare della
talassocrazia (dominio dei mari) etrusca nel Mediterraneo
seguì la fine del controllo delle valli del Sacco-Liri, che, nel VI-V
sec. a.C., caddero sotto il dominio di popolazioni che fino ad allora avevano
abitato la fascia appenninica centrale: gli Equi, gli Ernici e i Volsci.
Proprio questi ultimi occuparono la valle e si spinsero fino ad Anxur (odierna
Terracina) andando ad impensierire la nascente potenza di Roma, che aveva
forti interessi nel Lazio centro-meridionale, gli stessi che avevano spinto
gli Etruschi ad ottenere il controllo della regione.
Il conflitto tra i Romani, alleati dei Latini, e questi popoli si protrasse
per tutto il V e il IV sec. a.C., con la progressiva occupazione romana di
tutta la valle del
Tolerus. L’atto finale del conflitto fu
la prima Guerra Sannitica (342-340 a.C.) che consegnò ai Romani il
controllo di tutto il Lazio meridionale e di parte della Campania.
I combattimenti prolungati sui monti e l’elevata mobilità dei
reparti nemici, avevano costretto i Romani a modificare la loro tattica bellica,
con la divisione delle legioni in coorti e manipoli, reparti più agili
e veloci.
Nel corso dei due secoli successivi i romani fondarono numerose colonie nella
zona, per mantenere un perfetto controllo del territorio e un suo efficace
sfruttamento. Il primo esempio di
centuriazione (divisione di una
porzione di territorio in lotti quadrati da 7 ettari circa) risale infatti
al 329 a.C. a Terracina. Per la valle del Sacco non sono attestati processi
analoghi ma la floridezza della regione attirò le attenzioni dei membri
delle classi equestri e senatorie che, nel corso del II e I sec. a.C., la
trasformarono in un’area residenziale. Le selve incontaminate garantivano
ai nobili riposo dagli affanni della vita politica della capitale, pur mantenendoli
nelle vicinanze dell’Urbe. Questo periodo fu caratterizzato dall’estrema
ostentazione da parte della dirigenza senatoria ed equestre di un potere che
si andava ormai svuotando di ogni reale valore a favore di un processo che
avrebbe portato infine all’istituzione del
Principato.
È proprio durante il I e il II sec. d.C. che l’edilizia e l’arte
romana raggiungono i più alti livelli di eleganza e raffinatezza, con
l’evoluzione della tecnica del mosaico e della divisione degli spazi
domestici, non più destinati a ricevere le numerose clientele che costituivano
le basi di potere alla nobiltà bensì a garantire riservatezza
e riposo ai ricchi proprietari, la cui compagine andava sempre più
riempiendosi di individui di condizione libertina ed equestre. Proprio a Supino
è possibile ammirare le vestigia di una villa risalente a tale periodo
storico, all’interno della quale è presente un mosaico bicromo
raffigurante Nettuno sul suo carro, trainato da cavalli marini.
Le strutture agricole romane e la regimentazione delle acque del Sacco caratterizzarono
il territorio fino al VI sec. d.C. quando la guerra Greco-Gotica (535-553),
che oppose l’Impero Romano d’Oriente ai Goti, portò alla
distruzione degli ultimi legami tra le antiche aristocrazie romane e i nuovi
invasori, determinando la fine di un dialogo culturale che aveva preservato
in qualche modo le istituzioni da una rapida rovina.
|
|
L'Italia
longobarda. Tratta da Vito Fumagalli, Il regno italico, Torino, Utet,
1986, p. 17. |
Nel momento in cui i Longobardi invasero la penisola (582 d.C.) la resistenza
degli abitanti d’Italia fu minima e si giunse con passività allo
smantellamento delle ultime strutture politico-amministrative dell’Impero.
L’economia cambiò, venne a mancare quell’organizzazione
per regiones e centri urbani che era stata il fattore principale del funzionamento
dell’amministrazione imperiale e si tornò ad un controllo territoriale
basato su unità di villaggio e sulla presenza di emissari dei potenti
signori della guerra longobardi: i
gastaldi e gli
sculdasci.
Solo nella
Pentapoli (Marche) e al sud della penisola permase il
controllo bizantino basato sulle città, che terminerà nel XI
sec. d.C. per opera dei Normanni.
Si tornò ad uno sfruttamento del territorio basato sui boschi (
saltus),
dove venivano lasciati pascolare gli animali (suini, bovini) che dunque non
venivano sfruttati per concimare i campi. Tale modalità di allevamento
era dunque scarsamente utile all’agricoltura, le cui rese rimasero,
nell’Alto Medioevo, molto basse.
Nell’area di Supino, probabilmente, le unità insediative si raccolsero
attorno a luoghi facilmente approvigionabili (fonti, radure pianeggianti pedemontane)
mentre delle abitazioni non ci è rimasto nulla date le loro modalità
di costruzione che prevedevano l’utilizzo di materiali deperibili a
medio termine.
L’evoluzione della natura dei rapporti vassallatico-beneficiari nel
corso dei secoli che vanno dal VII all’XI generò una trasformazione
del rapporto tra i signori della terra e i loro sottoposti. Infatti, se inizialmente
i nobili amministravano i beni della corona per conto del sovrano che li vincolava
con un mandato, con la fine del X sec. d.C. e lo svuotamento di potere dell’Impero
Carolingio che rinuncia, con il
Capitolare di Quierzy e la
Constitutio
de Feudis, al controllo diretto dei feudi si giunse alla nascita della
signoria di banno. Questa prevedeva un controllo non solo amministrativo sui
servi della gleba da parte del
Dominus, ma anche la possibilità
da parte di quest’ultimo di emanare leggi e di imporre tributi. Inoltre
la carica di signore non dipendeva più da un’investitura da parte
del re, bensì divenne ereditaria.
Nel Lazio tale processo fu forse meno percepibile per via di una costante
presenza del potere papale che, sin dall’inizio della sua storia, fu
conteso tra diverse potenti famiglie, che dominarono la regione in maniera
più o meno frammentaria. Riflesso di tale situazione era l’immagine
della Roma medievale: città di torri, quartier generali delle diverse
case nobiliari.
Il clima generale di incertezza determinato poi dalle invasioni saracene (sacco
di Roma nel 814 d.C.) e dalle scorrerie slave e ungare generò uno stato
di tensione continua che si tradusse infine nel fenomeno dell’
Incastellamento:
i più potenti e facoltosi costruirono rocche e manieri in zone strategiche
per proteggere i propri sudditi e divennero veri e propri sovrani in miniatura.
|
|
Giovanna D’Aragona, “duchessa
di Supino e di Tagliacozzo” sposa di Ascanio Colonna. |
|
| Mappa
di Supino risalente al XVII secolo |
Tale processo di acquisizione di potere si traduceva ovviamente in una brillante
carriera ecclesiastica per l’aristocrazia laziale.
È in questo modo che si giunse alla nascita di quello che sarà
il futuro centro storico dell’attuale Supino: nel X sec. d.C. venne
edificata la rocca detta, oggi, la Torre, dove stazionava la guarnigione,
mentre il principale centro di culto, S. Maria, venne spostato dalle
Quattrostrade
e portato nel nuovo centro urbano che sorgeva quasi ai piedi della collina
di Supino.
Nel nuovo centro abitato le abitazioni erano costruite a capannelli circolari
ma solo gli edifici signorili e del clero erano in muratura mentre il resto
delle case furono edificate in legno o altro materiale deperibile.
Nella Supino medievale erano presenti tre parrocchie: S. Maria a nord, S.
Pietro a est e S. Nicola a ovest. L’intera area fu cinta da mura inervallate
da case-torri (tracce a via Marconi).
Mentre in Terrasanta si svolgevano le Crociate, nel paese nasceva la famiglia
dei
de Supino, legata alla diocesi di Ferentino dalla quale ricevette
numerosi incarichi che affidarono ruoli politico-amministrativi di una certa
rilevanza ai suoi membri anche ad Anagni.
Il territorio del paese venne di nuovo differenziato a livello di sfruttamento
produttivo e si distinsero orti, aree a coltivazione estensiva (vite e grano)
e boschi per il pascolo degli animali. Un grande mulino venne eretto presso
il Sacco, le cui sponde erano frequentate da cacciatori e pescatori. Per difendere
il passaggio sul fiume e i traffici venne eretta una torre ornata da mura
a grandi conci sovrapposti a filari regolari.
Supino, tra il XIV e il XV sec., passò dal dominio dei de Supino, a
quello degli
Orsini, degli
Anguillara e, infine, a quello
dei
Colonna nel 1421.
I primi secoli dell’Età Moderna furono caratterizzati da una
scarsa evoluzione dell’abitato, i cui abitanti si stabilizzarono attorno
a cifre che oscillavano tra i 1500 e i 2000 individui. I dati ci vengono dai
catasti e dalle opere di rilevamento operate dai vescovi sul territorio per
l’imposizione dei tributi.
Dalle piante del ‘600 si intuisce l’importanza della fonte Privito
e della presenza di ospizi per i viandanti che transitavano lungo le strade.
Le coltivazioni non conoscevano un’estensione particolare, le aree coltivate
non si estendevano più di tanto mentre continuava a rivestire un’enorme
importanza l’area boschiva. Ben diverso fu lo sviluppo che conobbe la
burocrazia amministrativa: la gestione del paese venne affidata a dei capitani
e venne redatto lo
Statuto, che prevedeva sanzioni amministrative
e penali per i trasgressori delle leggi. Dal suddetto si evince come le faide
e le vendette private costituissero una piaga diffusa nel periodo e come,
al contempo, si cercasse di porvi un freno ricorrendo all’enorme risorsa
del diritto romano.
Un altro processo importante fu la distribuzione dei cognomi che avvenne nel
corso del XVII sec. e segnò un importante passo in avanti nell’amministrazione
civile della città. In questi secoli si giunse alla scomparsa definitiva
delle capanne con un paese che appare, dalle incisioni dell’epoca, caratterizzato
da tetti in tegole rosse e da edifici in muratura.
Nel corso del Seicento si diffuse altresì una forte e improvvisa fede
francescana che però scomparve altrettanto rapidamente, tanto che nel
secolo successivo non se ne ha notizia. Il XVIII sec. fu il momento in cui
vennero ristrutturate tutte le principali chiese del paese: S. Maria, S. Nicola,
S. Pietro (divenuta santuario di S.Cataldo).
Nel corso dell’Ottocento e dei primi del Novecento sorsero a Supino
nuovi quartieri in direzione di Piazza dell’Erba, di Via d’Italia
e di Via Capitano Balduino mentre nelle aree montane e pedemontane continuavano
a sorgere piccoli insediamenti e permanevano le capanne utilizzate stagionalmente
dai pastori. Le ripe dei torrenti furono le aree più indicate per la
costruzione di nuove case, data l’impossibilità si ampliare ulteriormente
il centro storico. Nel 1916 l’intera area presso S.Sebastiano venne
ricostruita e la chiesa riedificata con un progetto innovativo.
Iniziò un periodo di committenza per monumenti civili, come il monumento
ai caduti in piazza Umberto I, ed abitazioni private come la villa dei Marchioni,
il palazzo Foglietta De Paolis e l’arco d’ingresso del palazzo
Baveri.
Finito l’Ottocento la popolazione aveva ormai raggiunto livelli tali
da superare ampiamente i limiti del vecchio centro abitato, erano state bonificate
ampie aree pianeggianti e le falde della montagna erano state occupate quasi
totalmente.
In conseguenza della crisi agraria il fenomeno dell’emigrazione raggiunse
anche Supino e si contarono decine di famiglie emigrate nelle Americhe o verso
il Nord Italia e la Capitale.
Negli anni, con lo sviluppo della Valle del Sacco in senso industriale e terziario,
molti di questi emigranti sono tornati e oggi il paese di Supino conta una
popolazione di circa 5000 abitanti, impiegati in diversi settori, che hanno
popolato ormai tutte le principali vie d’accesso al paese.
|
La Cappella della Madonna di
Loreto e, nella foto in basso, l'interno con le pareti affrscate. |
|
La Madonna di Loreto
Realizzata nel 1578 presenta un’iscrizione nella
parente di fondo in cui si legge: “
Questa cappella de Sancta
Maria de Loreto l’ave fatta fare Petro Foglietta per sua devozione A
di 22 magio 1578”.
L’edificio è posto in periferia ed è in muratura con alternanza
di filari in pietra calcarea. Di recente è stata aggiunta la copertura
in laterizio e un piccolo campanile a vela.
L’architettura è molto sobria con una pianta rettangolare e una
volta a botte con affreschi sulle pareti e sul soffitto. L’ultimo restauro
risale al 1957 ed è stato opera di Achille Coggi
emigrato
negli Stati Uniti. Adiacente alla chiesa vi è il
Convento di
San Francesco che nonostante i recenti restauri non è ancora
tornato all’aspetto originario.
Gli affeschi della Madonna di Loreto sono le pitture più importanti
presenti a Supino. L’aula unica presenta pareti divise in otto riquadri
che raffigurano i santi e la Vergine, mente il fondo è occupato dalla
Trinità. È presente anche un arco ribassato nel quale sono dipinti
la Madonna di Loreto e il Bambino che regge il globo dell’universo.
Sono presenti anche rappresentazioni della Santa Casa di Nazareth, presente
a Loreto. Più in basso sono probabilmente rappresentati il committente
e la sua famiglia in atto devozionale.
Il culto lauretano si diffuse nel Lazio e in ciociaria proprio nel XVI sec.
anche grazie al fatto che fosse ritenuto apotropaico contro la peste che colpì
la penisola italiana in quegli anni.
Il gruppo pittorico di sinistra raffigura dei pellegrini che escono dalla
Santa Casa, forse in riferimento ad un pellegrinaggio compiuto da Petro Foglietta.
I quattro riquadri della parete sinistra raffigurano Santa Caterina da Alessandria
raffigurata con la ruota del martirio, la Vergine col Bambino benicente, una
Santa che forse è Santa Caterina di Bolsena per la presenta della macina
del mulino, San Giovanni Battista riconoscibile dai gesti. Purtroppo tutti
gli affreschi sono in cattivo stato di conservazione anche se le figure sono
molto raffinate a dispetto della rigidità della composizione.
Sulla parete destra ci sono altrettanti riquadri che raffigurano: Sant Antonio
Abate riconoscibile dl bastone che emette fuoco, la Vergine col Bambino seduta
su un trono in pietra, Santa Lucia con gli occhi dentro al piatto, un’altra
Vergine col Bambino che ha la mano chiusa a pugno con l’indice e il
medio sollevati in atto benedicente. Anche in questo caso gli affreschi sono
in cattivo stato di conservazione.
Lo stile degli affreschi riprende forse i modi dell’artista Crivelli
attivo nelle Marche in quel periodo ma non si cura troppo della profondità
prospettica anche se evidenzia l’espressività delle figure.
La ripetizione delle raffigurazioni della Madonna col Bambino è tipica
del quattrocento e cinquecento ciociari.
È presente anche un tondo forse di epoca posteriore verso la parete
di fondo che rappresenta la Trinità con preminenza della figura di
Dio Padre.
L’artista è meno abile di quello degli affreschi e la sua opera
appare piuttosto piatta anche se la rappresentazione di Dio Padre ha alcuni
elementi di originalità. È presente anche un quadro raffigurante
i SS. Vito, Francesco e Domenico di Guzman che risale al 1891 ed è
in mediocre stato di conservazione. Originalmente l’opera si trovava
nella vicina chiesa ora diroccata di San Francesco.
Santa Maria Maggiore
|
|
 |
| Alcune
immagini della chiesa di Santa Maria Maggiore e, nella foto in basso,
la cantoria lignea con l'organo |
 |
La chiesa di S. Maria Maggiore costituisce una delle
parti fondamentali del cuore del paese, insieme a piazza Umberto I.
L’attuale edificio non rispecchia la costruzione originale che, nel
1944, aveva subito gravi danni, incluso il crollo della cupola.
La sua ricostruzione è avvenuta nell’immediato dopoguerra.
Il progetto originale è dell’architetto Fontana e datato 1753,
esso fu realizzato grazie alle risorse della potente Fraterna della Beata
Vergine.
La facciata presenta uno stile molto semplice e razionale con un’articolazione
su due piani e con la presenza di un portale sormontato da un timpano.
La parte superiore ospita un’apertura cieca e termina con un timpano
più grande che completa il quadro d’insieme.
A sinistra c’è il campanile, anch’esso in stile razionale
e diviso in quattro ordini i primi tre dei quali costituiti semplicemente
da un partito architettonico non decorato e il quarto munito di arco che ospita
le campane.
Al di sopra vi è un raffinato coronamento con un orologio all’interno.
La facciata utilizza solo due colori: il grigio (marmo peperino) e il giallo.
Anche l’interno riflette lo stile della facciata ed è molto semplice,
in linea con gli standard di Età Moderna che volevano un approccio
razionale alla grazia divina.
La pianta è regolare e termina con un abside semicircolare alla fine
della navata unica, circondata da 10 cappelle (5 per lato).
Al di sopra delle cappelle, in alto, si sviluppa la volta a botte con i suoi
archi sormontati da aperture con raffinati infissi in legno.
Nell’area sovrastante l’altare la copertura a volta è molto
più alta e l’effetto viene amplificato grazie alle 8 fonti di
luce presenti alla base del tamburo. Tutti gli elementi decorativi della cupola
concorrono a creare un effetto intonato con il resto dell’edificio.
Alle cappelle si accede tramite archi affrescati, esse sono state dedicate
da differenti famiglie nel corso degli anni, di seguito un breve elenco esplicativo:
Sinistra (in ordine dall’ingresso)
D’Alessandris Bufalini Medici, priva di altare, caratterizzata
da decorazioni a rombi;
Schietroma Tomei, doveva avere un altare barocco;
Della famiglia Vespasiani, con un altare a stucco in finto
marmo e una nicchia con una statua;
Agostini Spaziani, la più stretta con volta affrescata
con motivo a cassettone;
De Meis Zuccaro, anch’essa con altare in stucco, l’unica
ad avere un accesso diretto al transetto.
Destra (in ordine dall’ingresso)
Priva di altare ma ospitante un quadro di S.Lorenzo e S.Lucia;
Cappella Barletta Bernardi, con il fonte battesimale e due
quadri raffiguranti la Madonna con Bambino e il Battesimo di Gesù;
Famiglia Giovannone, vi è un altare con una sovrastante
nicchia che ospita la statua del Sacro Cuore;
Famiglia Bracci, presenta un confessionale ligneo ed è
priva di affreschi;
Iacobucci Agostini, presenta un piccolo altare in stucco
e la volta è affrescata con motivo a cassettoni.
La controfacciata ospita una cantoria lignea con un organo e diverse epigrafi
in latino che riportano le date e i personaggi autori dei diversi restauri.
Gli affreschi della chiesa sono stati ritoccati e ridipinti più volte
a causa dell’umidità logorante. Nel settore centrale della volta
è raffigurato un tondo con la colomba dello Spirito Santo mentre gli
affreschi della cupola presentano un complesso di decorazioni piuttosto danneggiato
sebbene sia possibile apprezzarne ancora il forte valore simbolico.
Altro elemento di gran pregio, opera della Scuola Napoletana, databile al
XVIII sec. è l’olio su tela raffigurante l’Assunta con
i SS. Lorenzo e Sisto.
Il primo è rappresentato nella sua veste rossa caratteristica e presenta
ai suoi piedi la graticola con sopra la palma del martirio. Il suo sguardo
è rivolto alla Vergine Assunta, trasportata in cielo dagli angeli.
S.Sisto, in abito vescovile, tende invece le braccia come per mostrare l’evento
miracoloso.
La qualità del dipinto è buona e non si limita a rappresentare
figure piatte bensì le dinamizza, con un assetto teatrale e retorico.
Altro olio su tela è quello dell’apparizione della Vergine a
S.Giacinto, databile al XVII sec. e attribuibile alla Scuola Romana.
L’opera raffigura il Santo inginocchiato che contempla la Vergine col
Bambino. Sul lato sinistro vi è un angioletto seduto su una nuvola
simile a un trono. Sono presenti spunti caravaggeschi, in particolare è
da notare il fondo scuro e il volto del santo tratteggiato realisticamente.
Decisamente avulso dal contesto barocco della chiesa è l’affresco
di Italo Scelza, ispirato all’enciclica Fides et Ratio, eseguito tra
il 1999 e il 2000. L’opera è divisa in tre sezioni: il triangolo
divino che emana luce; una sorta di bozzolo dal quale fuoriesce il cavaliere
armato al centro del dipinto; il drago metallico che ha l’aspetto di
una macchina bellica;
L’opera vuole rappresentare la lotta tra il bene e il male, con l’uomo
al centro in uno stato di tensione permanente.
Presso la seconda cappella a sinistra, sopra l’altare, si trova l’opera
di un pittore di ambito culturale centro-meridionale del XVIII sec.: S.Antonio
da Padova. L’olio su tela raffigura il Santo in ginocchio mentre si
rivolge a Gesù Bambino seduto sul libro delle Sacre Scritture. Sia
in basso che in alto ci sono angioletti che giocano.
Nella terza cappella a sinistra è posto un dipinto del ‘900 che
raffigura la Madonna del Rosario. È molto rozzo e raffigura la Vergine
che porge un rosario di perle rosse alla Santa posta a lato.
Sulla parete di fondo, a lato della Madonna del Rosario, ci sono 10 piccoli
riquadri affrescati nel XVIII sec., sul lato destro ci sono le storie della
vita di Maria a partire dall’Annunciazione, mentre a sinistra ci sono
le storie della vita di Cristo (l’Orto degli ulivi, la Flagellazione,
Gesù fra i suoi torturatori durante l’interrogatorio di Pilato,
la Crocifissione).
Nella quarta cappella a sinistra si trova una statua lignea raffigurante S.Giuseppe,
realizzata tra il XIX e il XX sec., di circa 140 cm di altezza. Sotto la statua
vi è un ovale dipinto che rappresenta S.Giuseppe. In entrambe i casi
è rappresentato con mantello azzurro ed abito rosso.
Nella prima cappella a destra è collocato un olio su tela con i santi
Lorenzo e Lucia, anch’esso risalente al XIX-XX sec., nel quale i due
santi sono ritratti frontalmente ed entrambe tengono il simbolo del proprio
martirio. Nella stessa cappella è presente una Pietà, un Cristo
morto disteso e una Vergine Addolorata databili agli anni ’60-’70
del ‘900 ed eseguiti da un’officina di arte sacra, caratterizzati
da un impressionante realismo.
Presso la seconda cappella a destra c’è il prezioso dipinto che
raffigura una Madonna con Bambino di Scuola Napoletana, databile al XVII-XVIII
sec. La Madonna, vestita di rosso tiene in mano il cuore coronato di spine,
simbolo del futuro martirio che attende suo figlio. Sotto l’opera vi
è il Battesimo di Cristo, eseguito nel 1688 da un pittore laziale con
Cristo al centro della tela immerso nel Giordano assieme a Giovanni Battista
nell’atto della consacrazione. Lo stile è vagamente raffaellesco.
Nella quarta cappella a destra c’è una statua del Sacro Cuore
(180 cm) che rappresenta il Cristo in tunica rossa e mantello blu mostrante
il cuore fiammeggiante al centro del petto.
Nella quinta cappella a destra, sopra l’altare, vi è una statua
di S.Lorenzo, anch’essa recente (seconda metà del ‘900),
alta 140 cm. Il Santo porta appoggiate ai lati la graticola e la palma. L’opera
sostituisce l’antica statua del Patrono, perduta durante la guerra.
San Pietro, Santuario di San Cataldo
|
|
 |
Sopra alcune immagini
della chiesa di San Pietro Apostolo - Santuario di San Cataldo Vescovo.
In basso: schema della chiesa. |
|
Posta nella piazza omonima, la chiesa fu terminata nel
1786. L’intenzione era quella di sostituire il vecchio tempio e di donare
un nuovo assetto prospettico all’area.
La composizione della facciata è studiata in maniera tale da mettere
in evidenza l’ingresso principale. Tale effetto si ottiene curando la
disposizione delle aperture semicircolari più piccole per la luce in
contrasto con le dimensioni dell’apertura curvilinea centrale.
Non trascurabile è il posizionamento del frontone che reca al centro
lo stemma papale, posto al di sopra del grande portone arricchito da una cornice
e da un timpano con mosaico. La realizzazione di quest’ultimo risale
al 1966 ed è opera di Ugo Santurri.
A completamento del quadro d’insieme ci sono le scalinate, realizzate
tutte con il medesimo materiale nell’intento di dare continuità
cromatica alla facciata. Il portone in bronzo, chiamato Porta della Speranza
è di recente costruzione (1976) e opera di Saverio Ungheri.
Alle spalle della chiesa è presente la casa del pellegrino, costruita
per soddisfare le esigenze dei numerosi pellegrini ciociari e pontini.
Sul pavimento della chiesa sono presenti iscrizioni che ricordano la presenza
di numerosi emigrati supinesi all’estero.
L’ambiente interno è caratterizzato da una concezione dello spazio
barocca, con una struttura centrale esagonale che va poi moltiplicandosi e
aprendosi in altri 12 ambienti. L’utilizzo sapiente della luce permette
una fusione intelligente dei diversi spazi.
Le aperture laterali, infatti, consentono di dissimulare le differenze strutturali
degli elementi portanti (pilastri) dell’edificio garantendo continuità
e omogeneità all’insieme. L’entrata si trova in linea retta
con l’abside sovrastante l’altare. Esso è sormontato da
una volta a vela mentre la parete di fondo presenta una decorazione rappresentante
il Battesimo di Gesù. L’altare è in marmo policromo.
La cappella di S.Cataldo si trova nella quarta campata a sinistra, con la
statua del Santo. In posizione simmetrica è posta la cappella dell’Immacolata,
nella quale la Vergine viene rappresentata con un dipinto dalla cornice in
stucco decorata con lancette ed ovuli. Preziosissimo è lo spazio della
cantoria, nel quale è presente un organo del 1764.
La cromia della chiesa è tutta volta all’unificazione dello spazio,
con colori sostanzialmente omogenei sia sui prospetti che sulle coperture.
Il portone della chiesa porta il nome di Porta della Speranza e presenta una
struttura asimmetrica. Tale opera, commissionata da mons. Fausto Schietroma,
è arricchita da sette pannelli che si dispongono in numero di tre sull’anta
destra, mentre i restanti quattro sono posti sulla sinistra. Pur non presentando
un filo narrativo lineare essi rappresentano diverse fasi della vita di S.Cataldo,
della storia della Chiesa e delle vicende degli emigranti di Supino. È
il visitatore che, arrivando di fronte all’opera, deve trovare dei collegamenti
tra i diversi riquadri, recependo un messaggio generale di speranza e comunione.
Sono presenti anche i simboli dei quattro evangelisti a formare una croce
che, all’altezza del costato, mostra la ferita inferta a Gesù
con la lancia.
Al di sopra del portone si trova un mosaico realizzato da Ugo Santurri nel
1966 in pasta vitrea e tessere in pietra. L’opera raffigura S.Cataldo
e S.Pietro (riconoscibile dalle chiavi) che si ergono come baluardi a difesa
del paese di Supino sullo sfondo, sormontato dallo Spirito Santo in forma
di colomba.
La volta centrale della chiesa è riccamente decorata con la raffigurazione
delle figure degli Evangelisti ripresi in atteggiamenti che rimandano alle
vicende che li vedono coinvolti o accanto a simboli ben precisi.
Nella cappella di S.Andrea sono presenti altri medaglioni che raffigurano
altrettanti episodi del Nuovo Testamento, anche se il quarto è illegibile
a causa dell’umidità.
La cappella di S.Giovanni è riccamente decorata con un oculo centrale
e presenta, anch’essa quattro medaglioni con scene prese dal Nuovo Testamento.
Sempre quattro medaglioni sono presenti nella cappella dell’Immacolata.
Al di sopra dell’altare maggiore sono presenti quattro ovali incassati
nel muro che rappresentano altrettanti Santi: S.Giovanni Crisostomo, S.Ambrogio,
S.Agostino e S.Gerolamo che si distingue dagli altri per l’abito cardinalizio
invece di quello vescovile.
La cappella di S.Pietro è quella in peggiore stato di conservazione
ma il registro figurativo e decorativo è analogo a quelli delle altre
parti della chiesa. Sono presenti rappresentazioni di episodi biblici iscritte
in medaglioni, come nel resto delle cappelle.
Nell’abside si trova il coro in legno, prodotto artigianale di ottimo
livello che si trova anche in altre chiese del circondario. Su di esso è
posta la pala d’altare dipinta ad olio su tela che rappresenta la Missione
di San Pietro e risale al XVIII sec. Il soggetto, tramite allusioni figurative,
rimanda alla fondazione della Chiesa di Roma e alla funzione di pastore di
genti del santo.
Nella cappella di San Cataldo la decorazione della volta risale al 1890 ed
è opera di Agostino Monacelli.
L’intero ambiente converge sulla statua conservata in una teca sull’altare.
La rappresentazione di San Cataldo nell’oculo della volta vede il santo
in abito vescovile circondata da puttini. L’immagine è circondata
da raffigurazioni che rappresentano la storia del personaggio, dalla opere
miracolose al ritrovamento della salma a Taranto. Purtroppo la volta è
in discreto stato di conservazione.
Affianco è presente la Cappella di Sant’Andrea con un olio su
tela che rappresenta il martirio del santo opera dello stesso Monacelli.
Sulla destra vicino all’altare un altro dipinto raffigura l’Immacolata
delle Figlie di Maria, nel quale è presente anche la figura di Sant’Agnese
riconoscibile dalla pecorella. Forse l’opera è stata commissionata
dalla Confraternita delle Figlie di Maria.
A destra nella prima campata si trova il dipinto dell’estasi di San
Giovanni che raffigura il santo mentre riceve l’apparizione della Vergine
Maria e che in precedenza era affrescato al di sopra dell’altare.
San Nicola
|
Sopra:
la chiesa di San Nicola vista da Via D'Italia e, in basso, una foto
aerea del lato Ovest. |
|
Posta nell’omonima piazza fu riedificata nell’anno
1774 per ordine dell’abate Merlino.
La facciata è organizzata su due ordini mentre l’intero edificio
si eleva su un basamento in pietra. Nella parte frontale sono visibili cinque
campi principali separati da paraste. Il campanile è molto semplice
e presenta solo una leggera cornice in presenza della cella campanaria.
Il portale è incorniciato ed è sormontato da una lunetta non
decorata.
All’interno il linguaggio architettonico rispecchia l’epoca di
costruzione.
È presente un’unica navata a pianta rettangolare che termina
con un abside semicircolare e si apre su due cappelle per ogni lato.
Le decorazioni e l’alternanza di cornici e paraste unitamente al basamento
grigio donano continuità all’ambiente con un effetto che si interrompe
solamente nel punto di contatto con l’abside, anche grazie ad un leggero
dislivello.
La parete di fondo presenta una bellissima pala d’altare con cornice
in legno. L’altare e la balaustrata sono inserimenti più recenti.
La decorazione della volta è in linea con il resto dell’ambiente
grazie alla strutturazione in lunette.
Per separare le cappelle dalla navata centrale sono presenti archi su lesene
che donano un forte effetto prospettico agli ambienti facendoli sembrare più
profondi.
La cappella più ricca è quella di San Vincenzo De Paolis con
un altare molto raffinato e di motivi decorativi vegetali alternati a medaglioni
con rosette. Sono inoltre presenti due dipinti.
Le altre cappelle sono più semplici con una mensa e un dipinto sovrastante.
La controfacciata si articola su due registri e ospita una cantoria lignea.
La decorazione della volta della navata riprende tipici motivi settecenteschi
mentre quella dell’abside è divisa in due settori. Entrambe sono
arricchite da grottesche raffiguranti girali d’acanto e conchiglie sul
fondo bianco.
La pala d’altare rappresenta San Nicola e la Vergine e il miracolo del
santo che salva tre ragazzi immersi in una tinozza. San Nicola è rappresentato
in abiti pastorali con un piviale verde.
Nella Capella a sinistra è posta una tela raffigurante San Vincenzo
De Paolis. Il dipinto non è particolarmente pregiato anche se la cornice
è abbastanza ricca.
Più in basso è raffigurato il Sacro Cuore. Sul secondo altare
è presente una Madonna con Bambino in mediocre stato di conservazione
che rimanda ad uno stile cinquecentesco e presenta numerosi riferimenti al
futuro sacrificio di Gesù.
Sul primo altare a destra è posta la statua di legno di Santa Anatolia
donata dai concittadini americani. Nonostante si tratti di un prodotto seriale
non è privo di elementi di pregio.
Sotto la teca è presente una piccola tela dipinta a olio raffigurante
una Madonna con Bambino e databile al XVI-XVII sec. purtroppo modificata radicalmente
dai successivi restauri.
L’altra cappella sulla destra è quella di Sant Antonio Abate
che presenta una statua lignea del santo ed è dipinta. Il culto di
questo santo è diffusissimo in ciociaria in quanto a Sant Antonio è
demandata la protezione degli animali. Ai piedi della teca con la statua c’è
una piccola immagine della Madonna del Rosario. Accanto all’ingresso
della chiesa è presente la macchina processionale di Sant Antonio Abate
restaurata nel 2002 e in ottime condizioni. È probabile che si tratti
di una pregiata manifattura artigianale in stile neogotico ottocentesco.
|
|
La statua di San Rocco custodita
nella chiesa dedicata ai santi Rocco e Sebastiano posta all'ingresso
del centro abitato. |
Santi Sebastiano e Rocco
Costruita nel 1916 su un precedente edificio di culto
e posta nell’omonima piazza presenta una facciata a capanna con timpano
trapezzoidale e articolata in due registri.
Altri elemnti di pregio sono le due monofore e l’apertura circolare.
La pianta è rettangolare con tetto a capanna e presenta due nicchie
ai lati con le statue di San Sebastiano e Agnese e San Rocco.
Nella controfacciata è presente una cantoria mentre il presbiterio
è rialzato.
All’interno ci sono pochi arredi di pregio la statua di San Sebastiano
è interessante per l’espressione che trasmette estasi e sofferenza.
Importante è anche un ciborio in legno intagliato di forma quasi cubica
e decorata da intarsi più chiari.
È un prodotto di buona manifattura e in buono stato di conservazione.
Elemento originale è il coronamento a forma di lunetta con il simbolo
trinitario.
A conclusione di questo breve e per nulla esauriente
excursus, gli autori vogliono rivolgere a tutti coloro che ne hanno apprezzato
i contenuti un caloroso invito a visitare di persona i luoghi sopra descritti,
con l’augurio che, visti dal vivo, riescano a trasmettere interamente
il loro valore storico e caratteristico.
Inoltre si vuole segnalare la ricorrenza della Festa delle Azalee, che si
tiene ogni anno nei primi giorni del mese di Maggio e che permette, a tutti
coloro che visitano Supino in tale occasione, di gustare un’atmosfera
incantata passeggiando tra i fiori e i monumenti del nostro paese.
Arrivederci a Supino
Pro Loco Supino,
Via D'Italia - 03019 Supino (FR)
sito web: www.prolocosupino.it
- e-mail: info@prolocosupino.it
Presidente Simona Piroli
Segretaria Anna Quafisi
Si ringrazia la Pro Loco per aver concesso la pubblicazione del materiale
presente in questa pagina