Historia Vici et Ecclesiarum
Breve storia di Supino e delle sue chiese più importanti

a cura di Annalaura Di Stazio, Egidio Incelli, Martina Narducci
operatori del Servizio Civile Nazionale
- Progetto UNPLI anno 2007-2008 "L'Occhio fruitore"

Principali stanziamenti preistorici nel Lazio meridionale
1 Ceccano - 2 Castro dei Volsci - 3 Fontana Liri - 4 Arce - 5 Ceprano
6 Isoletta - 7 S.Giovanni Incarico - 10 Via Appia km 88 - 11 58 Migliora
12 Circeo (Fonte di Via Flacca km 8,7 - 16 Grotta di Tiberio
17 Grotta dei moscerini - 18 Grotta S. Agostino - 19 Pofi
21 Via Mediana km 23 - 22 Circeo (Molella km 29,9)
23 Circeo (Piscina di Lepre) - 24 Grotta Salvini - 25 Carpineto
26 Pontecorvo
27 Cassino - 28 S. Angelo in Teodice - 29 Anagni - 30 Arnalo dei Bufali
35 Roccagorga - 36 Sgurgola - 37 Fiuggi - 38 Frosinone - 39 Alatri
40 Casamari - 41 Rocca d'Arce - 42 Isola Liri - 43 Aquino
tratto dal sito www.cassino2000.com

Mosaico rinvenuto presso il sito archeologico di via Cona del Popolo a Supino, risalente al II sec d.C.
L’area del Lazio centro-meridionale cominciò ad essere frequentata già dal neolitico. In particolare il corso dell’odierno fiume Sacco attraversava una vallata ricca e fertile, un sito ideale per l’insediamento di gruppi umani.
La facilità delle comunicazioni e degli spostamenti, dovuta al bacino fluviale, rendeva l’area particolarmente funzionale ai traffici di merci e persone lungo la direttrice nord-sud rendendo il sito particolarmente appetibile agli occhi dei popoli preromani sin dagli inizi del I millennio a.C.
Nell’VIII-VII sec. a.C. infatti gli Etruschi, che all’epoca erano annoverati tra le maggiori potenze militari e commerciali del Mediterraneo, decisero di sfruttare la valle per collegare i centri dell’attuale Toscana meridionale con Capua e Pontecagnano in Campania, al fine di facilitare lo scambio di prodotti ceramici, di oreficeria e materie prime.
Le popolazioni locali entrarono dunque in contatto con le due culture più fiorenti del periodo: quella Villanoviana e quella Greca.
Al declinare della talassocrazia (dominio dei mari) etrusca nel Mediterraneo seguì la fine del controllo delle valli del Sacco-Liri, che, nel VI-V sec. a.C., caddero sotto il dominio di popolazioni che fino ad allora avevano abitato la fascia appenninica centrale: gli Equi, gli Ernici e i Volsci.
Proprio questi ultimi occuparono la valle e si spinsero fino ad Anxur (odierna Terracina) andando ad impensierire la nascente potenza di Roma, che aveva forti interessi nel Lazio centro-meridionale, gli stessi che avevano spinto gli Etruschi ad ottenere il controllo della regione.
Il conflitto tra i Romani, alleati dei Latini, e questi popoli si protrasse per tutto il V e il IV sec. a.C., con la progressiva occupazione romana di tutta la valle del Tolerus. L’atto finale del conflitto fu la prima Guerra Sannitica (342-340 a.C.) che consegnò ai Romani il controllo di tutto il Lazio meridionale e di parte della Campania.
I combattimenti prolungati sui monti e l’elevata mobilità dei reparti nemici, avevano costretto i Romani a modificare la loro tattica bellica, con la divisione delle legioni in coorti e manipoli, reparti più agili e veloci.

Nel corso dei due secoli successivi i romani fondarono numerose colonie nella zona, per mantenere un perfetto controllo del territorio e un suo efficace sfruttamento. Il primo esempio di centuriazione (divisione di una porzione di territorio in lotti quadrati da 7 ettari circa) risale infatti al 329 a.C. a Terracina. Per la valle del Sacco non sono attestati processi analoghi ma la floridezza della regione attirò le attenzioni dei membri delle classi equestri e senatorie che, nel corso del II e I sec. a.C., la trasformarono in un’area residenziale. Le selve incontaminate garantivano ai nobili riposo dagli affanni della vita politica della capitale, pur mantenendoli nelle vicinanze dell’Urbe. Questo periodo fu caratterizzato dall’estrema ostentazione da parte della dirigenza senatoria ed equestre di un potere che si andava ormai svuotando di ogni reale valore a favore di un processo che avrebbe portato infine all’istituzione del Principato.
È proprio durante il I e il II sec. d.C. che l’edilizia e l’arte romana raggiungono i più alti livelli di eleganza e raffinatezza, con l’evoluzione della tecnica del mosaico e della divisione degli spazi domestici, non più destinati a ricevere le numerose clientele che costituivano le basi di potere alla nobiltà bensì a garantire riservatezza e riposo ai ricchi proprietari, la cui compagine andava sempre più riempiendosi di individui di condizione libertina ed equestre. Proprio a Supino è possibile ammirare le vestigia di una villa risalente a tale periodo storico, all’interno della quale è presente un mosaico bicromo raffigurante Nettuno sul suo carro, trainato da cavalli marini.
Le strutture agricole romane e la regimentazione delle acque del Sacco caratterizzarono il territorio fino al VI sec. d.C. quando la guerra Greco-Gotica (535-553), che oppose l’Impero Romano d’Oriente ai Goti, portò alla distruzione degli ultimi legami tra le antiche aristocrazie romane e i nuovi invasori, determinando la fine di un dialogo culturale che aveva preservato in qualche modo le istituzioni da una rapida rovina.

L'Italia longobarda. Tratta da Vito Fumagalli, Il regno italico, Torino, Utet, 1986, p. 17.
Nel momento in cui i Longobardi invasero la penisola (582 d.C.) la resistenza degli abitanti d’Italia fu minima e si giunse con passività allo smantellamento delle ultime strutture politico-amministrative dell’Impero.
L’economia cambiò, venne a mancare quell’organizzazione per regiones e centri urbani che era stata il fattore principale del funzionamento dell’amministrazione imperiale e si tornò ad un controllo territoriale basato su unità di villaggio e sulla presenza di emissari dei potenti signori della guerra longobardi: i gastaldi e gli sculdasci.
Solo nella Pentapoli (Marche) e al sud della penisola permase il controllo bizantino basato sulle città, che terminerà nel XI sec. d.C. per opera dei Normanni.
Si tornò ad uno sfruttamento del territorio basato sui boschi (saltus), dove venivano lasciati pascolare gli animali (suini, bovini) che dunque non venivano sfruttati per concimare i campi. Tale modalità di allevamento era dunque scarsamente utile all’agricoltura, le cui rese rimasero, nell’Alto Medioevo, molto basse.
Nell’area di Supino, probabilmente, le unità insediative si raccolsero attorno a luoghi facilmente approvigionabili (fonti, radure pianeggianti pedemontane) mentre delle abitazioni non ci è rimasto nulla date le loro modalità di costruzione che prevedevano l’utilizzo di materiali deperibili a medio termine.
L’evoluzione della natura dei rapporti vassallatico-beneficiari nel corso dei secoli che vanno dal VII all’XI generò una trasformazione del rapporto tra i signori della terra e i loro sottoposti. Infatti, se inizialmente i nobili amministravano i beni della corona per conto del sovrano che li vincolava con un mandato, con la fine del X sec. d.C. e lo svuotamento di potere dell’Impero Carolingio che rinuncia, con il Capitolare di Quierzy e la Constitutio de Feudis, al controllo diretto dei feudi si giunse alla nascita della signoria di banno. Questa prevedeva un controllo non solo amministrativo sui servi della gleba da parte del Dominus, ma anche la possibilità da parte di quest’ultimo di emanare leggi e di imporre tributi. Inoltre la carica di signore non dipendeva più da un’investitura da parte del re, bensì divenne ereditaria.
Nel Lazio tale processo fu forse meno percepibile per via di una costante presenza del potere papale che, sin dall’inizio della sua storia, fu conteso tra diverse potenti famiglie, che dominarono la regione in maniera più o meno frammentaria. Riflesso di tale situazione era l’immagine della Roma medievale: città di torri, quartier generali delle diverse case nobiliari.
Il clima generale di incertezza determinato poi dalle invasioni saracene (sacco di Roma nel 814 d.C.) e dalle scorrerie slave e ungare generò uno stato di tensione continua che si tradusse infine nel fenomeno dell’Incastellamento: i più potenti e facoltosi costruirono rocche e manieri in zone strategiche per proteggere i propri sudditi e divennero veri e propri sovrani in miniatura.
Giovanna D’Aragona, “duchessa di Supino e di Tagliacozzo” sposa di Ascanio Colonna.
Mappa di Supino risalente al XVII secolo
Tale processo di acquisizione di potere si traduceva ovviamente in una brillante carriera ecclesiastica per l’aristocrazia laziale.
È in questo modo che si giunse alla nascita di quello che sarà il futuro centro storico dell’attuale Supino: nel X sec. d.C. venne edificata la rocca detta, oggi, la Torre, dove stazionava la guarnigione, mentre il principale centro di culto, S. Maria, venne spostato dalle Quattrostrade e portato nel nuovo centro urbano che sorgeva quasi ai piedi della collina di Supino.
Nel nuovo centro abitato le abitazioni erano costruite a capannelli circolari ma solo gli edifici signorili e del clero erano in muratura mentre il resto delle case furono edificate in legno o altro materiale deperibile.
Nella Supino medievale erano presenti tre parrocchie: S. Maria a nord, S. Pietro a est e S. Nicola a ovest. L’intera area fu cinta da mura inervallate da case-torri (tracce a via Marconi).
Mentre in Terrasanta si svolgevano le Crociate, nel paese nasceva la famiglia dei de Supino, legata alla diocesi di Ferentino dalla quale ricevette numerosi incarichi che affidarono ruoli politico-amministrativi di una certa rilevanza ai suoi membri anche ad Anagni.
Il territorio del paese venne di nuovo differenziato a livello di sfruttamento produttivo e si distinsero orti, aree a coltivazione estensiva (vite e grano) e boschi per il pascolo degli animali. Un grande mulino venne eretto presso il Sacco, le cui sponde erano frequentate da cacciatori e pescatori. Per difendere il passaggio sul fiume e i traffici venne eretta una torre ornata da mura a grandi conci sovrapposti a filari regolari.
Supino, tra il XIV e il XV sec., passò dal dominio dei de Supino, a quello degli Orsini, degli Anguillara e, infine, a quello dei Colonna nel 1421.
I primi secoli dell’Età Moderna furono caratterizzati da una scarsa evoluzione dell’abitato, i cui abitanti si stabilizzarono attorno a cifre che oscillavano tra i 1500 e i 2000 individui. I dati ci vengono dai catasti e dalle opere di rilevamento operate dai vescovi sul territorio per l’imposizione dei tributi.
Dalle piante del ‘600 si intuisce l’importanza della fonte Privito e della presenza di ospizi per i viandanti che transitavano lungo le strade.
Le coltivazioni non conoscevano un’estensione particolare, le aree coltivate non si estendevano più di tanto mentre continuava a rivestire un’enorme importanza l’area boschiva. Ben diverso fu lo sviluppo che conobbe la burocrazia amministrativa: la gestione del paese venne affidata a dei capitani e venne redatto lo Statuto, che prevedeva sanzioni amministrative e penali per i trasgressori delle leggi. Dal suddetto si evince come le faide e le vendette private costituissero una piaga diffusa nel periodo e come, al contempo, si cercasse di porvi un freno ricorrendo all’enorme risorsa del diritto romano.
Un altro processo importante fu la distribuzione dei cognomi che avvenne nel corso del XVII sec. e segnò un importante passo in avanti nell’amministrazione civile della città. In questi secoli si giunse alla scomparsa definitiva delle capanne con un paese che appare, dalle incisioni dell’epoca, caratterizzato da tetti in tegole rosse e da edifici in muratura.
Nel corso del Seicento si diffuse altresì una forte e improvvisa fede francescana che però scomparve altrettanto rapidamente, tanto che nel secolo successivo non se ne ha notizia. Il XVIII sec. fu il momento in cui vennero ristrutturate tutte le principali chiese del paese: S. Maria, S. Nicola, S. Pietro (divenuta santuario di S.Cataldo).
Nel corso dell’Ottocento e dei primi del Novecento sorsero a Supino nuovi quartieri in direzione di Piazza dell’Erba, di Via d’Italia e di Via Capitano Balduino mentre nelle aree montane e pedemontane continuavano a sorgere piccoli insediamenti e permanevano le capanne utilizzate stagionalmente dai pastori. Le ripe dei torrenti furono le aree più indicate per la costruzione di nuove case, data l’impossibilità si ampliare ulteriormente il centro storico. Nel 1916 l’intera area presso S.Sebastiano venne ricostruita e la chiesa riedificata con un progetto innovativo.
Iniziò un periodo di committenza per monumenti civili, come il monumento ai caduti in piazza Umberto I, ed abitazioni private come la villa dei Marchioni, il palazzo Foglietta De Paolis e l’arco d’ingresso del palazzo Baveri.
Finito l’Ottocento la popolazione aveva ormai raggiunto livelli tali da superare ampiamente i limiti del vecchio centro abitato, erano state bonificate ampie aree pianeggianti e le falde della montagna erano state occupate quasi totalmente.
In conseguenza della crisi agraria il fenomeno dell’emigrazione raggiunse anche Supino e si contarono decine di famiglie emigrate nelle Americhe o verso il Nord Italia e la Capitale.
Negli anni, con lo sviluppo della Valle del Sacco in senso industriale e terziario, molti di questi emigranti sono tornati e oggi il paese di Supino conta una popolazione di circa 5000 abitanti, impiegati in diversi settori, che hanno popolato ormai tutte le principali vie d’accesso al paese.




La Cappella della Madonna di Loreto e, nella foto in basso, l'interno con le pareti affrscate.
La Madonna di Loreto

Realizzata nel 1578 presenta un’iscrizione nella parente di fondo in cui si legge: “Questa cappella de Sancta Maria de Loreto l’ave fatta fare Petro Foglietta per sua devozione A di 22 magio 1578”.
L’edificio è posto in periferia ed è in muratura con alternanza di filari in pietra calcarea. Di recente è stata aggiunta la copertura in laterizio e un piccolo campanile a vela.
L’architettura è molto sobria con una pianta rettangolare e una volta a botte con affreschi sulle pareti e sul soffitto. L’ultimo restauro risale al 1957 ed è stato opera di Achille Coggi emigrato negli Stati Uniti. Adiacente alla chiesa vi è il Convento di San Francesco che nonostante i recenti restauri non è ancora tornato all’aspetto originario.
Gli affeschi della Madonna di Loreto sono le pitture più importanti presenti a Supino. L’aula unica presenta pareti divise in otto riquadri che raffigurano i santi e la Vergine, mente il fondo è occupato dalla Trinità. È presente anche un arco ribassato nel quale sono dipinti la Madonna di Loreto e il Bambino che regge il globo dell’universo.
Sono presenti anche rappresentazioni della Santa Casa di Nazareth, presente a Loreto. Più in basso sono probabilmente rappresentati il committente e la sua famiglia in atto devozionale.
Il culto lauretano si diffuse nel Lazio e in ciociaria proprio nel XVI sec. anche grazie al fatto che fosse ritenuto apotropaico contro la peste che colpì la penisola italiana in quegli anni.

Il gruppo pittorico di sinistra raffigura dei pellegrini che escono dalla Santa Casa, forse in riferimento ad un pellegrinaggio compiuto da Petro Foglietta.
I quattro riquadri della parete sinistra raffigurano Santa Caterina da Alessandria raffigurata con la ruota del martirio, la Vergine col Bambino benicente, una Santa che forse è Santa Caterina di Bolsena per la presenta della macina del mulino, San Giovanni Battista riconoscibile dai gesti. Purtroppo tutti gli affreschi sono in cattivo stato di conservazione anche se le figure sono molto raffinate a dispetto della rigidità della composizione.

Sulla parete destra ci sono altrettanti riquadri che raffigurano: Sant Antonio Abate riconoscibile dl bastone che emette fuoco, la Vergine col Bambino seduta su un trono in pietra, Santa Lucia con gli occhi dentro al piatto, un’altra Vergine col Bambino che ha la mano chiusa a pugno con l’indice e il medio sollevati in atto benedicente. Anche in questo caso gli affreschi sono in cattivo stato di conservazione.
Lo stile degli affreschi riprende forse i modi dell’artista Crivelli attivo nelle Marche in quel periodo ma non si cura troppo della profondità prospettica anche se evidenzia l’espressività delle figure.
La ripetizione delle raffigurazioni della Madonna col Bambino è tipica del quattrocento e cinquecento ciociari.
È presente anche un tondo forse di epoca posteriore verso la parete di fondo che rappresenta la Trinità con preminenza della figura di Dio Padre.
L’artista è meno abile di quello degli affreschi e la sua opera appare piuttosto piatta anche se la rappresentazione di Dio Padre ha alcuni elementi di originalità. È presente anche un quadro raffigurante i SS. Vito, Francesco e Domenico di Guzman che risale al 1891 ed è in mediocre stato di conservazione. Originalmente l’opera si trovava nella vicina chiesa ora diroccata di San Francesco.

Santa Maria Maggiore

Alcune immagini della chiesa di Santa Maria Maggiore e, nella foto in basso, la cantoria lignea con l'organo
La chiesa di S. Maria Maggiore costituisce una delle parti fondamentali del cuore del paese, insieme a piazza Umberto I.
L’attuale edificio non rispecchia la costruzione originale che, nel 1944, aveva subito gravi danni, incluso il crollo della cupola.
La sua ricostruzione è avvenuta nell’immediato dopoguerra.
Il progetto originale è dell’architetto Fontana e datato 1753, esso fu realizzato grazie alle risorse della potente Fraterna della Beata Vergine.

La facciata presenta uno stile molto semplice e razionale con un’articolazione su due piani e con la presenza di un portale sormontato da un timpano.
La parte superiore ospita un’apertura cieca e termina con un timpano più grande che completa il quadro d’insieme.
A sinistra c’è il campanile, anch’esso in stile razionale e diviso in quattro ordini i primi tre dei quali costituiti semplicemente da un partito architettonico non decorato e il quarto munito di arco che ospita le campane.
Al di sopra vi è un raffinato coronamento con un orologio all’interno.
La facciata utilizza solo due colori: il grigio (marmo peperino) e il giallo.

Anche l’interno riflette lo stile della facciata ed è molto semplice, in linea con gli standard di Età Moderna che volevano un approccio razionale alla grazia divina.
La pianta è regolare e termina con un abside semicircolare alla fine della navata unica, circondata da 10 cappelle (5 per lato).
Al di sopra delle cappelle, in alto, si sviluppa la volta a botte con i suoi archi sormontati da aperture con raffinati infissi in legno.
Nell’area sovrastante l’altare la copertura a volta è molto più alta e l’effetto viene amplificato grazie alle 8 fonti di luce presenti alla base del tamburo. Tutti gli elementi decorativi della cupola concorrono a creare un effetto intonato con il resto dell’edificio.

Alle cappelle si accede tramite archi affrescati, esse sono state dedicate da differenti famiglie nel corso degli anni, di seguito un breve elenco esplicativo:

Sinistra (in ordine dall’ingresso)

D’Alessandris Bufalini Medici, priva di altare, caratterizzata da decorazioni a rombi;
Schietroma Tomei, doveva avere un altare barocco;
Della famiglia Vespasiani, con un altare a stucco in finto marmo e una nicchia con una statua;
Agostini Spaziani, la più stretta con volta affrescata con motivo a cassettone;
De Meis Zuccaro, anch’essa con altare in stucco, l’unica ad avere un accesso diretto al transetto.

Destra (in ordine dall’ingresso)

Priva di altare ma ospitante un quadro di S.Lorenzo e S.Lucia;
Cappella Barletta Bernardi, con il fonte battesimale e due quadri raffiguranti la Madonna con Bambino e il Battesimo di Gesù;
Famiglia Giovannone, vi è un altare con una sovrastante nicchia che ospita la statua del Sacro Cuore;
Famiglia Bracci, presenta un confessionale ligneo ed è priva di affreschi;
Iacobucci Agostini, presenta un piccolo altare in stucco e la volta è affrescata con motivo a cassettoni.

La controfacciata ospita una cantoria lignea con un organo e diverse epigrafi in latino che riportano le date e i personaggi autori dei diversi restauri.
Gli affreschi della chiesa sono stati ritoccati e ridipinti più volte a causa dell’umidità logorante. Nel settore centrale della volta è raffigurato un tondo con la colomba dello Spirito Santo mentre gli affreschi della cupola presentano un complesso di decorazioni piuttosto danneggiato sebbene sia possibile apprezzarne ancora il forte valore simbolico.

Altro elemento di gran pregio, opera della Scuola Napoletana, databile al XVIII sec. è l’olio su tela raffigurante l’Assunta con i SS. Lorenzo e Sisto.
Il primo è rappresentato nella sua veste rossa caratteristica e presenta ai suoi piedi la graticola con sopra la palma del martirio. Il suo sguardo è rivolto alla Vergine Assunta, trasportata in cielo dagli angeli. S.Sisto, in abito vescovile, tende invece le braccia come per mostrare l’evento miracoloso.
La qualità del dipinto è buona e non si limita a rappresentare figure piatte bensì le dinamizza, con un assetto teatrale e retorico.
Altro olio su tela è quello dell’apparizione della Vergine a S.Giacinto, databile al XVII sec. e attribuibile alla Scuola Romana.
L’opera raffigura il Santo inginocchiato che contempla la Vergine col Bambino. Sul lato sinistro vi è un angioletto seduto su una nuvola simile a un trono. Sono presenti spunti caravaggeschi, in particolare è da notare il fondo scuro e il volto del santo tratteggiato realisticamente.

Decisamente avulso dal contesto barocco della chiesa è l’affresco di Italo Scelza, ispirato all’enciclica Fides et Ratio, eseguito tra il 1999 e il 2000. L’opera è divisa in tre sezioni: il triangolo divino che emana luce; una sorta di bozzolo dal quale fuoriesce il cavaliere armato al centro del dipinto; il drago metallico che ha l’aspetto di una macchina bellica;
L’opera vuole rappresentare la lotta tra il bene e il male, con l’uomo al centro in uno stato di tensione permanente.

Presso la seconda cappella a sinistra, sopra l’altare, si trova l’opera di un pittore di ambito culturale centro-meridionale del XVIII sec.: S.Antonio da Padova. L’olio su tela raffigura il Santo in ginocchio mentre si rivolge a Gesù Bambino seduto sul libro delle Sacre Scritture. Sia in basso che in alto ci sono angioletti che giocano.
Nella terza cappella a sinistra è posto un dipinto del ‘900 che raffigura la Madonna del Rosario. È molto rozzo e raffigura la Vergine che porge un rosario di perle rosse alla Santa posta a lato.
Sulla parete di fondo, a lato della Madonna del Rosario, ci sono 10 piccoli riquadri affrescati nel XVIII sec., sul lato destro ci sono le storie della vita di Maria a partire dall’Annunciazione, mentre a sinistra ci sono le storie della vita di Cristo (l’Orto degli ulivi, la Flagellazione, Gesù fra i suoi torturatori durante l’interrogatorio di Pilato, la Crocifissione).
Nella quarta cappella a sinistra si trova una statua lignea raffigurante S.Giuseppe, realizzata tra il XIX e il XX sec., di circa 140 cm di altezza. Sotto la statua vi è un ovale dipinto che rappresenta S.Giuseppe. In entrambe i casi è rappresentato con mantello azzurro ed abito rosso.

Nella prima cappella a destra è collocato un olio su tela con i santi Lorenzo e Lucia, anch’esso risalente al XIX-XX sec., nel quale i due santi sono ritratti frontalmente ed entrambe tengono il simbolo del proprio martirio. Nella stessa cappella è presente una Pietà, un Cristo morto disteso e una Vergine Addolorata databili agli anni ’60-’70 del ‘900 ed eseguiti da un’officina di arte sacra, caratterizzati da un impressionante realismo.
Presso la seconda cappella a destra c’è il prezioso dipinto che raffigura una Madonna con Bambino di Scuola Napoletana, databile al XVII-XVIII sec. La Madonna, vestita di rosso tiene in mano il cuore coronato di spine, simbolo del futuro martirio che attende suo figlio. Sotto l’opera vi è il Battesimo di Cristo, eseguito nel 1688 da un pittore laziale con Cristo al centro della tela immerso nel Giordano assieme a Giovanni Battista nell’atto della consacrazione. Lo stile è vagamente raffaellesco.
Nella quarta cappella a destra c’è una statua del Sacro Cuore (180 cm) che rappresenta il Cristo in tunica rossa e mantello blu mostrante il cuore fiammeggiante al centro del petto.
Nella quinta cappella a destra, sopra l’altare, vi è una statua di S.Lorenzo, anch’essa recente (seconda metà del ‘900), alta 140 cm. Il Santo porta appoggiate ai lati la graticola e la palma. L’opera sostituisce l’antica statua del Patrono, perduta durante la guerra.

San Pietro, Santuario di San Cataldo

Sopra alcune immagini della chiesa di San Pietro Apostolo - Santuario di San Cataldo Vescovo.
In basso: schema della chiesa.
Posta nella piazza omonima, la chiesa fu terminata nel 1786. L’intenzione era quella di sostituire il vecchio tempio e di donare un nuovo assetto prospettico all’area.
La composizione della facciata è studiata in maniera tale da mettere in evidenza l’ingresso principale. Tale effetto si ottiene curando la disposizione delle aperture semicircolari più piccole per la luce in contrasto con le dimensioni dell’apertura curvilinea centrale.
Non trascurabile è il posizionamento del frontone che reca al centro lo stemma papale, posto al di sopra del grande portone arricchito da una cornice e da un timpano con mosaico. La realizzazione di quest’ultimo risale al 1966 ed è opera di Ugo Santurri.
A completamento del quadro d’insieme ci sono le scalinate, realizzate tutte con il medesimo materiale nell’intento di dare continuità cromatica alla facciata. Il portone in bronzo, chiamato Porta della Speranza è di recente costruzione (1976) e opera di Saverio Ungheri.
Alle spalle della chiesa è presente la casa del pellegrino, costruita per soddisfare le esigenze dei numerosi pellegrini ciociari e pontini.
Sul pavimento della chiesa sono presenti iscrizioni che ricordano la presenza di numerosi emigrati supinesi all’estero.
L’ambiente interno è caratterizzato da una concezione dello spazio barocca, con una struttura centrale esagonale che va poi moltiplicandosi e aprendosi in altri 12 ambienti. L’utilizzo sapiente della luce permette una fusione intelligente dei diversi spazi.
Le aperture laterali, infatti, consentono di dissimulare le differenze strutturali degli elementi portanti (pilastri) dell’edificio garantendo continuità e omogeneità all’insieme. L’entrata si trova in linea retta con l’abside sovrastante l’altare. Esso è sormontato da una volta a vela mentre la parete di fondo presenta una decorazione rappresentante il Battesimo di Gesù. L’altare è in marmo policromo.

La cappella di S.Cataldo si trova nella quarta campata a sinistra, con la statua del Santo. In posizione simmetrica è posta la cappella dell’Immacolata, nella quale la Vergine viene rappresentata con un dipinto dalla cornice in stucco decorata con lancette ed ovuli. Preziosissimo è lo spazio della cantoria, nel quale è presente un organo del 1764.
La cromia della chiesa è tutta volta all’unificazione dello spazio, con colori sostanzialmente omogenei sia sui prospetti che sulle coperture.
Il portone della chiesa porta il nome di Porta della Speranza e presenta una struttura asimmetrica. Tale opera, commissionata da mons. Fausto Schietroma, è arricchita da sette pannelli che si dispongono in numero di tre sull’anta destra, mentre i restanti quattro sono posti sulla sinistra. Pur non presentando un filo narrativo lineare essi rappresentano diverse fasi della vita di S.Cataldo, della storia della Chiesa e delle vicende degli emigranti di Supino. È il visitatore che, arrivando di fronte all’opera, deve trovare dei collegamenti tra i diversi riquadri, recependo un messaggio generale di speranza e comunione. Sono presenti anche i simboli dei quattro evangelisti a formare una croce che, all’altezza del costato, mostra la ferita inferta a Gesù con la lancia.
Al di sopra del portone si trova un mosaico realizzato da Ugo Santurri nel 1966 in pasta vitrea e tessere in pietra. L’opera raffigura S.Cataldo e S.Pietro (riconoscibile dalle chiavi) che si ergono come baluardi a difesa del paese di Supino sullo sfondo, sormontato dallo Spirito Santo in forma di colomba.
La volta centrale della chiesa è riccamente decorata con la raffigurazione delle figure degli Evangelisti ripresi in atteggiamenti che rimandano alle vicende che li vedono coinvolti o accanto a simboli ben precisi.
Nella cappella di S.Andrea sono presenti altri medaglioni che raffigurano altrettanti episodi del Nuovo Testamento, anche se il quarto è illegibile a causa dell’umidità.
La cappella di S.Giovanni è riccamente decorata con un oculo centrale e presenta, anch’essa quattro medaglioni con scene prese dal Nuovo Testamento.
Sempre quattro medaglioni sono presenti nella cappella dell’Immacolata.
Al di sopra dell’altare maggiore sono presenti quattro ovali incassati nel muro che rappresentano altrettanti Santi: S.Giovanni Crisostomo, S.Ambrogio, S.Agostino e S.Gerolamo che si distingue dagli altri per l’abito cardinalizio invece di quello vescovile.
La cappella di S.Pietro è quella in peggiore stato di conservazione ma il registro figurativo e decorativo è analogo a quelli delle altre parti della chiesa. Sono presenti rappresentazioni di episodi biblici iscritte in medaglioni, come nel resto delle cappelle.
Nell’abside si trova il coro in legno, prodotto artigianale di ottimo livello che si trova anche in altre chiese del circondario. Su di esso è posta la pala d’altare dipinta ad olio su tela che rappresenta la Missione di San Pietro e risale al XVIII sec. Il soggetto, tramite allusioni figurative, rimanda alla fondazione della Chiesa di Roma e alla funzione di pastore di genti del santo.
Nella cappella di San Cataldo la decorazione della volta risale al 1890 ed è opera di Agostino Monacelli.
L’intero ambiente converge sulla statua conservata in una teca sull’altare. La rappresentazione di San Cataldo nell’oculo della volta vede il santo in abito vescovile circondata da puttini. L’immagine è circondata da raffigurazioni che rappresentano la storia del personaggio, dalla opere miracolose al ritrovamento della salma a Taranto. Purtroppo la volta è in discreto stato di conservazione.
Affianco è presente la Cappella di Sant’Andrea con un olio su tela che rappresenta il martirio del santo opera dello stesso Monacelli.
Sulla destra vicino all’altare un altro dipinto raffigura l’Immacolata delle Figlie di Maria, nel quale è presente anche la figura di Sant’Agnese riconoscibile dalla pecorella. Forse l’opera è stata commissionata dalla Confraternita delle Figlie di Maria.
A destra nella prima campata si trova il dipinto dell’estasi di San Giovanni che raffigura il santo mentre riceve l’apparizione della Vergine Maria e che in precedenza era affrescato al di sopra dell’altare.

San Nicola

Sopra: la chiesa di San Nicola vista da Via D'Italia e, in basso, una foto aerea del lato Ovest.
Posta nell’omonima piazza fu riedificata nell’anno 1774 per ordine dell’abate Merlino.
La facciata è organizzata su due ordini mentre l’intero edificio si eleva su un basamento in pietra. Nella parte frontale sono visibili cinque campi principali separati da paraste. Il campanile è molto semplice e presenta solo una leggera cornice in presenza della cella campanaria.
Il portale è incorniciato ed è sormontato da una lunetta non decorata.
All’interno il linguaggio architettonico rispecchia l’epoca di costruzione.
È presente un’unica navata a pianta rettangolare che termina con un abside semicircolare e si apre su due cappelle per ogni lato.
Le decorazioni e l’alternanza di cornici e paraste unitamente al basamento grigio donano continuità all’ambiente con un effetto che si interrompe solamente nel punto di contatto con l’abside, anche grazie ad un leggero dislivello.
La parete di fondo presenta una bellissima pala d’altare con cornice in legno. L’altare e la balaustrata sono inserimenti più recenti.
La decorazione della volta è in linea con il resto dell’ambiente grazie alla strutturazione in lunette.
Per separare le cappelle dalla navata centrale sono presenti archi su lesene che donano un forte effetto prospettico agli ambienti facendoli sembrare più profondi.
La cappella più ricca è quella di San Vincenzo De Paolis con un altare molto raffinato e di motivi decorativi vegetali alternati a medaglioni con rosette. Sono inoltre presenti due dipinti.
Le altre cappelle sono più semplici con una mensa e un dipinto sovrastante.
La controfacciata si articola su due registri e ospita una cantoria lignea.
La decorazione della volta della navata riprende tipici motivi settecenteschi mentre quella dell’abside è divisa in due settori. Entrambe sono arricchite da grottesche raffiguranti girali d’acanto e conchiglie sul fondo bianco.
La pala d’altare rappresenta San Nicola e la Vergine e il miracolo del santo che salva tre ragazzi immersi in una tinozza. San Nicola è rappresentato in abiti pastorali con un piviale verde.
Nella Capella a sinistra è posta una tela raffigurante San Vincenzo De Paolis. Il dipinto non è particolarmente pregiato anche se la cornice è abbastanza ricca.
Più in basso è raffigurato il Sacro Cuore. Sul secondo altare è presente una Madonna con Bambino in mediocre stato di conservazione che rimanda ad uno stile cinquecentesco e presenta numerosi riferimenti al futuro sacrificio di Gesù.
Sul primo altare a destra è posta la statua di legno di Santa Anatolia donata dai concittadini americani. Nonostante si tratti di un prodotto seriale non è privo di elementi di pregio.
Sotto la teca è presente una piccola tela dipinta a olio raffigurante una Madonna con Bambino e databile al XVI-XVII sec. purtroppo modificata radicalmente dai successivi restauri.
L’altra cappella sulla destra è quella di Sant Antonio Abate che presenta una statua lignea del santo ed è dipinta. Il culto di questo santo è diffusissimo in ciociaria in quanto a Sant Antonio è demandata la protezione degli animali. Ai piedi della teca con la statua c’è una piccola immagine della Madonna del Rosario. Accanto all’ingresso della chiesa è presente la macchina processionale di Sant Antonio Abate restaurata nel 2002 e in ottime condizioni. È probabile che si tratti di una pregiata manifattura artigianale in stile neogotico ottocentesco.

La statua di San Rocco custodita nella chiesa dedicata ai santi Rocco e Sebastiano posta all'ingresso del centro abitato.
Santi Sebastiano e Rocco

Costruita nel 1916 su un precedente edificio di culto e posta nell’omonima piazza presenta una facciata a capanna con timpano trapezzoidale e articolata in due registri.
Altri elemnti di pregio sono le due monofore e l’apertura circolare. La pianta è rettangolare con tetto a capanna e presenta due nicchie ai lati con le statue di San Sebastiano e Agnese e San Rocco.
Nella controfacciata è presente una cantoria mentre il presbiterio è rialzato.

All’interno ci sono pochi arredi di pregio la statua di San Sebastiano è interessante per l’espressione che trasmette estasi e sofferenza.
Importante è anche un ciborio in legno intagliato di forma quasi cubica e decorata da intarsi più chiari.
È un prodotto di buona manifattura e in buono stato di conservazione. Elemento originale è il coronamento a forma di lunetta con il simbolo trinitario.








A conclusione di questo breve e per nulla esauriente excursus, gli autori vogliono rivolgere a tutti coloro che ne hanno apprezzato i contenuti un caloroso invito a visitare di persona i luoghi sopra descritti, con l’augurio che, visti dal vivo, riescano a trasmettere interamente il loro valore storico e caratteristico.
Inoltre si vuole segnalare la ricorrenza della Festa delle Azalee, che si tiene ogni anno nei primi giorni del mese di Maggio e che permette, a tutti coloro che visitano Supino in tale occasione, di gustare un’atmosfera incantata passeggiando tra i fiori e i monumenti del nostro paese.

Arrivederci a Supino



Pro Loco Supino, Via D'Italia - 03019 Supino (FR)
sito web: www.prolocosupino.it - e-mail: info@prolocosupino.it

Presidente Simona Piroli
Segretaria Anna Quafisi




Si ringrazia la Pro Loco per aver concesso la pubblicazione del materiale presente in questa pagina