Supino ebraica
La suggestiva ipotesi formulata da Ernesto Carbonelli, che rivoluziona le teorie esistenti sull'origine dei primi insediamenti organizzati risalenti all'epoca alto-medioevale.

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Chiave di volta: il simbolo originale è stato abraso forse in epoca fascista
Per quanto vogliamo sforzarci per far risalire le origini di Supino, Morolo e Patrica ai Volsci scampati dalla distruzione delle loro città nel IV – III a.C. da parte dei Romani dobbiamo dare uno sguardo ad altri fattori prima di supinamente accettare il fatto.
Prima di tutto osserviamo la cronologia dei fatti storici conosciuti e facciamo un’analisi logica.

Possiamo assumere con certezza che la valle del Trerus era abitata fin dal più remoto passato poiché fertile nella terra ricca di ferro e di acque rigurgitate dai carsici monti che ancora assorbono le precipitazioni atmosferiche e la circondano tuttora protettivi, ma non è così certo che questi popoli abbiano avuto gran ché a che vedere con la fondazione dei paesi succitati.
Che fossero raccolti e organizzati in comunità antiche è documentato nei racconti degli storici che ci hanno tramandato le guerre e l’esito di queste.
È ben noto che i Romani usavano un semplice metodo per assimilare i popoli conquistati e tenerli calmi.
Le spoglie di guerra promesse alla soldataglia includeva le donne che venivano sistematicamente violentate e impregnate così ché la seguente generazione fosse romana. Gli uomini sopravvissuti venivano semplicemente castrati anziché passati per le armi poiché avevano bisogno di manodopera. Quindi è ovvio che di gente volsca che potesse fondare città ne è scarso il numero e la probabilità negli anni che corsero tra il III secolo avanti Cristo e la fine dell’Impero Romano nel V secolo dopo Cristo.
Mentre è più certo che le tombe che esistevano vicino a Privito, ora distrutte, e le rovine delle terme romane, dimostrino che verso la fine dell’Impero Romano la zona era sì ben popolata da gente ricca ma totalmente assimilata e soggetta a Roma e ai suoi modi di vita ormai da parecchi secoli.
Perciò di Volsci per fondare Supino tra il III secolo avanti Cristo e il V dopo Cristo nemmeno l’ombra!
Il bronzetto, ora perduto, e gli altri reperti, ancora esistenti, non provano la fondazione di Supino bensì solo che la zona era abitata già dai tempi più remoti da popoli italici. Le favisse, che ricordo bene, erano fatte di muro “a sacco” perciò almeno del IX o VIII secolo A.C.

Che cosa avvenne però dalla distruzione di Ecetra fino alla fine dell’impero di Roma?
Per mantenere gli stili di vita, impiantati da Roma, i ricchi locali avevano bisogno di coltivare i terreni, procurare il cibo, mantenere le strutture, accudire agli animali etc… Tutte mansioni espletate da schiere di schiavi. È risaputo che un mercato di schiavi esistesse a Palestrina: Il mercato degli schiavi ebrei.
È placido assumere che il personale di servizio per i “signori” della Valle del Trerus provenisse principalmente da questa vicina fonte come da Roma stessa dove arrivavano schiavi da vendere da tutte le altre regioni o province soggette!
Al crollo dell’Impero Romano chi rimase nella zona che aveva e professava profonde tradizioni di unità e solidarietà verso il simile?
Solo gli ebrei. Schiavi, ma uniti dalla fede dei Patriarchi che affonda radici a prima del diluvio universale 8 - 9 mila anni A.C. e già una volta scampati in massa dalle angherie dei Faraoni d’Egitto clamorosamente, il loro Dio di Abramo avendo per loro spartito il Mar Rosso per farli scappare.

Pietra tombale recante l'iscrizione "Johannes de Supino" (1168) collocata nel chiostro dell’abbazia di Fossanova
Chiave di volta: si nota il simbolo della colomba a testa in giù riconducibile agli ebrei convertiti al cristianesimo
La porta di accesso a Vicolo Alto
Costoro, tutti schiavi o servi di diversi ranghi, rimasero liberi dopo il fuggi fuggi generale causato dal collasso dell’impero e si riunirono stabilendosi in comunità riparate che crebbero nei secoli bui fino alla fine del primo millennio dimenticati da tutti.
Intorno all’inizio del nuovo millennio queste zone furono assorbite nell’orbita e dalle mire espansionistiche papali, eventualmente legalizzate quando Innocenzo III, Lotario dei Conti di Segni e papa dal 1198 al 1216, per esercitare un più efficiente controllo delle nuove “colonie” di Marittima e di Lavoro, assegnò ad ogni villaggio/paese/contea un suo “nipote” col titolo di Conte De Supino, De Morolo, De Ceccano etc… (Il titolo Conte non ha niente a che vedere col cognome Conti, causa di enormi incomprensioni a Supino). Alcuni nomi delle piccole comunità dovevano già esistere da tempo e niente ci impedisce di pensare che furono assegnati negli anni successivi al V secolo D. C. se non altro per identità degli abitanti.

L’indicazione più remota che reca il nome “Supino” è la pietra tombale di un Johannes de Supino (1168) che si trova usata come scalino nel chiostro dell’abbazia di Fossanova, un’altra è la cron
aca detta di Fossanova in cui si racconta una delle distruzioni da parte di un papa, Papa Onorio II, che arrabbiato per altri affari andategli male, sembra a Ceccano, lo fa scontare ai poveracci di Supino distruggendo le loro case/capanne e buttandoci sopra il sale, pur però uscendone malandato poiché i supinesi si difesero con valore.

Ho sempre sostenuto, attenendomi ad indizi che fortunatamente ancora esistono, che in passato a Supino c’era una ragguardevole comunità ebraica. Ho anche sempre fatto notare che il dolce pasquale che noi supinesi chiamiamo “Tosa” non è altro che il “pane dolce” che gli ebrei mangiano ancora nella ricorrenza della loro liberazione per significare la dolcezza della libertà.
Molte chiavi di volta dei portali più antichi di Supino mostrano elementi riconciliabili alla religione ebraica, come i motivi che si vedono in via Roma, via d’Italia, via Costa Stella, via Cucovia ed altrove.
Almeno in un portale si riconosce il candelabro a sette bracci: la Menorah, “La Manicciola” dei supinesi che non sapevano cosa fosse quel motivo, in altri la colomba a testa in giù, assunta come simbolo degli ebrei convertiti.
Infine, dopo anni di ricerche, trovo che Emidio De Felice nel suo "Dizionario dei cognomi italiani" indica Supino come nome di famiglia israelitico formato appunto sul toponimo Supino (in provincia di Frosinone), un centro dei monti Lepini in cui esisteva un'ampia comunità ebraica italiana dispersa tra il XVI e XVII secolo (1).
Questo mi fa pensare se ciò (la dispersione) non fu dovuta al fatto che nel 1500 l’inquisizione sia arrivata anche a Supino e la comunità si è dileguata per evitare le persecuzioni dei "Domini Canes" (2).
Ma mi fa anche pensare che possibilmente alcune famiglie, essendo i richiami ancestrali affievoliti e gli interessi materiali consolidati, abbiano deciso di convertirsi, almeno ufficialmente, e rimanere.
Altri nuclei familiari, naturalmente, rimasero poiché assimilati nel tempo erano allora virtualmente indistinguibili.
In più di un caso ho visto gli stemmi araldici di persone di origine supinese che hanno la stella di David, quella a sei punte, nel campo insieme alla spiga, alla quercia, all’ulivo e altre hanno spesso un "ché" somigliante alla Menorah nel campo insieme a raffigurazioni militari e contadinesche!

Qualche cognome supinese invoca nomi biblici condivisi dalla Bibbia, dalla Torah e dal Corano.
Non vorrei trascurare la possibilità di comunità ebraiche cacciate o fuggite dalla Spagna e rifugiatesi nel XIV - XV secolo a Supino, ma sembra piuttosto improbabile che ciò sia poiché gli indizi sembrano di origine più antica e ciò indica una presenza radicata nel più remoto passato rispetto agli avvenimenti succedutesi negli anni dell’Inquisizione.
Inoltre questo sarebbe stato un avvenimento repentino e traumatico relativamente recente che avrebbe lasciato tracce.
Si potrà ipotizzare che il cognome venga dal toponimo ma anche che il nome derivi da qualche parola ebrea di significato appropriato alle circostanze. In ebraico, infatti, esistono parole affini al suono “Supino” che hanno significati molto suggestivi come “la fine del”, “il motivo di”, “la ragione per”… ecc. Chissà che supino non significhi “la fine della schiavitù” anziché quello finora assegnato di “adagiato a pancia in sù” o di “sotto il pino”?
Chissà che il futuro, esaminando le abitudini matrimoniali dei Romani rivelate recentemente da diverse pubblicazioni, non ci faccia sapere chi siamo veramente?
Non ci faccia aggiungere, perciò, anche qualche infinitesimale parte di sangue ebreo a quello di tutte le razze di vandali, invasori, difensori, briganti e mercenari che nei secoli hanno attraversato la Valle dei Latini, includendo naturalmente i recenti liberatori alleati, che hanno a turno violentato e impregnato le donne ciociare fin dai tempi dei tempi?
Speriamo che, come il Professor Cesare Bianchi si augurò nel 1986, qualcuno ancora a Supino raccolga i dati proposti e prosegua nella ricerca, nella questua incessante della verità nascosta in qualche tenue indizio ma leggibile all’eletto!




Note

(1) dal sito www.corriere.it - rubrica "Scioglilingua" Domenica, 01 Febbraio 2009

Origine del cognome Supino

Egregio sig. De Rienzo,
curiosando nella sezione "Altre parole" (cosa che consiglio a tutti prima di scrivere al Forum) ho notato che si è trattato di "supino", come modo di adagiarsi.
Supino è il nome del mio paese natale (FR) e navigando nella grande rete mondiale l'ho trovato frequentemente come cognome.
Frequente in Italia e all'estero, un paio di persone che ho contattato telefonicamente mi hanno dato ad intendere di essere d'origine ebrea.
Cosa mi può dire di più Lei sig. De Rienzo sul cognome Supino? La ringrazio e saluto
Ernesto Carbonelli, Toronto

Giorgio De Rienzo - Domenica, 01 Febbraio 2009
Emidio De Felice nel suo "Dizionario dei cognomi italiani" lo indica come nome di famiglia israelitico formato appunto sul toponimo Supino (in provincia di Frosinone), un centro dei monti Lepini in cui esisteva un'ampia comunità ebraica italiana dispersa tra il XVI e XVII secolo.




(2) Ai Domenicani venne affidato il compito di "pubblicizzare" le Crociate, di riscuotere i tributi, di compiere delicate missioni diplomatiche e solitamente erano i membri dell'ordine a formare i tribunali dell'Inquisizione.
Il più famoso inquisitore domenicano fu Torquemada. L'atteggiamento assunto da parecchi esponenti dell'ordine valse loro il sopranome di "Domini canes", poco simpaticamente tradotto "Cani di Dio".