![]() |
Sopra:
la copertina del libro. |
Ho conosciuto Carbonelli, un uomo schietto ed energico, durante la undicesima Conferenza biennale dell’Associazione Scrittori Scrittrici Italo-Canadesi tenutasi a UBC nel maggio 2006, durante la quale ha presentato, insieme a Darlene Madott che ha commentato la versione inglese, questo suo libro che io ho letto di un fiato. Carbonelli, che è anche autore del volume di poesie in dialetto supinese “La rava allu frisco” e “Fieno secco” poesie in italiano , è un attivo protagonista della scena comunitaria e culturale in Ontario. Infatti è vice-presidente del Club Socio-Culturale Supinese di Toronto e cura una interessante e aggiornata website: www.supino.ca.
“Eroi e Vittime dimenticati” è un affresco
delle disperate condizioni in cui le popolazioni della
Ciociaria vennero a trovarsi durante gli ultimi due anni del conflitto mondiale,
strette nella morsa delle armate tedesche in ritirata, degli alleati che
avanzavano e delle formazioni partigiane che operavano nella zona.
A leggere le pagine di Carbonelli, come lui stesso dice, si stenta
a credere che la gente abbia potuto attraversare momenti di tale
distruzione, paura e miseria
e abbia potuto sopportare le terribili crudeltà perpetrate soprattutto
ai danni della gente più indifesa, delle
donne, degli anziani per un deliberato
disegno da parte non solo dei tedeschi ma anche degli Alleati,
di soggiogare e umiliare i civili nel corpo e nell’anima.
Non a caso l’autore dedica con toccanti parole il suo lavoro a “Tutti
coloro che in Ciociaria hanno sofferto in nome della libertà, e in
particolar modo alle donne che hanno sopportato in silenzio il loro destino.”
Pochi, agghiaccianti dati forniti dalle sommarie e forse incomplete statistiche
dell’epoca, perché chissà quante vittime hanno taciuto
per vergogna o non hanno potuto raccontare la loro tragedia: nella zona
di Esperia, Ausonia, Pastena,
Sgurgola, Supino, Patrica,
Morolo e altri comuni ciociari, piú di 2000
donne furono violentate, 800 uomini, loro mariti,
padri, fratelli, furono uccisi mentre tentavano di difenderle,
600 uomini stuprati, e fra questi un giovane parroco
che morì due giorni dopo per i traumi fisici riportati.
Malattie veneree contratte a causa delle violenze carnali,
profondi traumi psicologici, aborti o figli concepiti nella violenza furono
il legato che afflisse i civili della Ciociaria a seguito degli eccessi
cui si abbandonarono soprattutto le truppe dei goumiers,
i soldati marocchini, algerini e senegalesi
comandati dai loro superiori francesi
e del Generale Juin.
A questi uomini furono promesse cinquanta ore di assoluta libertà
di saccheggio, stupro e torture se riuscivano
a cacciare i tedeschi ed essi non furono certo inferiori ai nazifascisti
nell’esercitare crudeltà contro i civili.
A questi eccessi di cui pochissimo si è parlato
nella Storia ufficiale si riconduce la ricostruzione storica di Carbonelli
al riguardo di un episodio di eroismo avvenuto nei pressi
di Supino nel 1944. Quel giorno, una dozzina di donne del
paese erano andate a fare fascine per i preparativi della festa di San
Cataldo e sulla strada del ritorno si imbatterono in un
gruppo di marocchini armati che le assalirono per violentarle.
Nascosti in un anfratto piú in alto sul monte, cinque soldati
tedeschi videro la scena e si misero a sparare sui marocchini
cercando di impedire lo scempio, ma uno dopo l’altro caddero uccisi
dal fuoco nemico.
È vero che t’ha lasciato molta gente
Con gran peso nel cuore, tutti quanti
Sono partiti con lacrima scorrente
Dal viso gonfio dopo amari pianti.
Con tanta anticipata contentezza,
Or ritorna a visitare l’emigrato
I luoghi di passata giovinezza;
"IE' SO DU SUPINO"
di Renato Santia
Quanto lento
sia stato il processo di affrancamento da certi modi di vivere, in un contesto
socio-economico caratterizzato da cambiamenti talmente irrilevanti da riprodurre
condizioni esistenziali quasi identiche pur nel corso di un ponderoso numero
di anni, può essere capito attraverso l'analisi di una caratteristica
espressione linguistica con la quale ogni abitante si qualificava, e tutt'oggi
si qualifica come appartenente al suo paese d'origine: "Ié
so du Supino", nel caso specifico del nostro discorso.
Ma mentre nell'attuale situazione storica questa affermazione può
essere tradotta come: "io sono nato a ... "; "io abito a
... ", fino a non molti anni fa essa assumeva un significato ben più
profondo.
E' con lo sguardo fisso a quel certo
particolare clima storico che abbiamo considerato come nostro punto di partenza,
che cercheremo di capire quale valenza essa sottointendesse.
Fin dai primordi della sua esistenza, l'uomo ha avvertito prepotente la
vocazione all'associazionismo. Oltre che a soddisfare esigenze connaturate
alla specie di appartenenza, il riunirsi in gruppo garantiva maggiori possibilità
di sopravvivenza in un mondo regolato da dure leggi di natura.
L'appartenenza ad un clan, il far parte di un gruppo, l'essere componenti
di un insieme, scaturiva dalla considerazione che un individuo socialmente
isolato fosse più facile preda di altri individui. Una delle preoccupazioni
dei nostri progenitori dovette essere quella di costantemente vigilare affinché
il rapporto individuo-ambiente non subisse eccessive modificazioni, pena
la scomparsa del gruppo.
Quando un gruppo si riproduceva in modo eccessivo, le risorse del territorio
abitato non erano più sufficienti al mantenimento dello stesso: di
qui la violenza portata contro altri gruppi per impadronirsi del loro habitat;
di contro quando un gruppo non riusciva a mantenere o meglio ad incrementare
il numero dei suoi aggregati, diventava facile preda di gruppi più
numerosi. Una componente fondamentale che dovette far sentire il suo peso
sull'uomo, in questo periodo della storia, fu quindi il territorio all'interno
del quale ogni singolo gruppo o vi si trovò naturalmente o scelse
liberamente di abitare. Probabilmente fu l'istinto a guidare i nostri progenitori
a segnare i confini, a delimitare lo spazio fisico entro cui potersi situare.
Una delle funzioni primarie a cui
furono chiamati i primi gruppi di uomini, fu quella di difendere il territorio
occupato, accanto alle altre quali la ricerca del cibo ed il rispetto di
certe regole connaturate alla esplicazione di altrettante mansioni. L'individuo,
dunque, che entrava a far parte di un gruppo così strutturato, si
riconosceva in esso in quanto da esso veniva accettato ricevendone in cambio
determinati vantaggi direttamente conseguenziali ad altrettanti doveri.
Se dunque la nascita del diritto è da ascrivere al tempo in cui gli
individui si riunirono in comunità, si deve sottolineare però
che tali comunità non avrebbero a loro volta potuto sussistere se
prima non avessero delimitato un luogo su cui esercitare il diritto di proprietà,
un territorio da ritenere di esclusiva pertinenza.
Un chiaro esempio di un siffatta situazione esistenziale ci è offerto
dal feudalesimo che, nel sistema di organizzazione della società
nell'alto medioevo, si basava sull'unione del sovrano fino all'ultimo dei
vassalli periferici attraverso la creazione di una serie piramidale di relazioni
di fedeltà. Tale frazionamento era in grado di assicurare i servizi
pubblici, la sicurezza generale, la buona conduzione dell'agricoltura su
estensioni di territorio variamente popolate e in condizioni spesso dissimili
di sviluppo economico e culturale. A condizione però che fosse riconosciuta
l'indiscussa autorità del signore posto a capo del feudo. Soltanto
l'identificarsi con il territorio su cui risiedeva permetteva all'individuo
l'acquisizione di una personalità giuridica con relativi, determinati
vantaggi rispetto al forestiero.
Per tanti anni Supino si è
identificato in uno spazio chiuso, fortificato; ed ha rappresentato un insieme
di cose e di persone considerate nella loro totalità: mondo chiuso,
quindi, un mondo a se stante.
Ora, una notevole porzione del suo territorio si estende sui monti, che
da sempre ha rappresentato una notevole fonte di lavoro e di reddito per
molti dei suoi abitanti. Molte volte, soprattutto durante la stagione estiva
ed in periodi di prolungata siccità, pastori ed allevatori di paesi
limitrofi si trovavano nella necessità di condurre i loro animali
ad abbeverarsi alle fonti sparse sui nostri monti.
Era frequente che scoppiassero litigi se, nel momento in cui una mandria
"forestiera" era all'abbeverata, ne sopraggiungeva un'altra guidata
da un pastore di Supino. A volte tali litigi assumevano connotazioni di
vere e proprie faide, rivendicando i primi il di usare di un bene naturale
qual è l'acqua, appellandosi i secondi al suo uso esclusivo, in nome
del diritto della territorialità.
Non sempre dunque i rapporti con gli abitanti dei paesi vicini dovettero
essere idilliaci se lo sconfinamento di una mandria o di pochi animali sull’altrui
territorio poteva a volte determinare l'innescarsi di vendette a lungo termine.
Era in casi come questo che gli individui appartenenti ad una stessa comunità
e che esercitavano lo stesso tipo di attività erano chiamati in difesa
della porzione di territorio minacciato. Così i pastori si univano
tra loro com'e i contadini o i taglialegna fino ad arrivare a tutti gli
abitanti del paese allorquando, sotto l'egida del signore, erano chiamati
a difenderlo da pericoli esterni o a riconquistare vecchie porzioni di territorio
precedentemente perdute per ristabilire gli antichi confini o a conquistarne
di nuovi per ampliarli.
Quanto esprimesse l'idea di appartenenza al territorio d'origine la frase
"Iè sò du ... " può essere
ulteriormente ribadita da un'altra espressione linguistica molto presente
nella vita di quei tempi.
Pur estendendosi in un territorio molto limitato, l'area abitativa posta
all'interno delle mura di cinta del nostro paese era di fatto suddivisa
in porzioni più piccole: contrade, rioni, borghi.
Normalmente queste ulteriori suddivisioni prendevano corpo dalla presenza
di una chiesa, di una piazza, o semplicemente da uno slargo o di una via.
Dunque, ancora una volta, una porzione di territorio ne qualificava gli
abitanti, li faceva esistere come individui.
Tali interne suddivisioni non avevano nessun riconoscimento legale in quanto
tutti erano tenuti al rispetto delle stesse leggi. Pur tuttavia mentre verso
il così detto mondo esterno l'individuo si qualificava con l'espressione,
"Iè sò du Supino", all'interno
del territorio di appartenenza si qualificava indicando il nome del quartiere,
del borgo, del rione entro il quale si viveva: "Iè sò
du Santa Nicola", "Iè sò dulla
piazza", ecc.
lo credo che rimarrebbe molto meravigliato
chi, volendo oggigiorno rendersi conto di questa definizione di appartenenza
al proprio territorio, scoprisse quanto ristrette fossero tali aree considerando
che per coprire quella dell'intero paese, camminando lentamente, non occorre
più di un'ora.
Sovente tra gli abitanti di detti quartieri si creavano situazioni di incomprensione
se non addirittura di rivalità quando, ad esempio, si cercava di
corteggiare una ragazza che non abitasse nel proprio. Ancora una volta era
sempre in riferimento alla difesa di un certo spazio vitale che tali aggregazioni
particolari di individui si costituivano.
Ma, ancora una volta, perchè lo scopo per cui erano state costituite
potesse essere raggiunto, e:'a necessario che si creasse di fatto un capo
in grado di coordinare e di chiamare a raccolta i singoli.
Era così che allora ci si riconosceva e si accettava la guida di
uno o più componenti una famiglia dominante.
Questo tipo di organizzazione all'interno del paese. riproduceva in piccolo.
politicamente, l'organizzazione propria della società feudale la
cui caratteristica principale era quella di stabilire un rapporto tra i
"potenti" e i "deboli".
I primi, i sovrani, avevano bisogno di uomini capaci di combattere con loro,
di consigliarli nella politica e condurre o, anche solo, di far produrre
le terre di loro proprietà; gli inferiori e i deboli, avevano, a
loro volta, bisogno di offrire a qualcuno le proprie capacità e le
proprie forze per essere protetti e avere mezzi sufficienti di sostentamento.
Così si creava una catena di rapporti, in cui ognuno era un anello.
Questo processo di frantumazione dell'unità politica in tante piccole
sottounità, trovava il suo culmine in un'altra espressione sulla
quale ho avuto modo di riflettere soprattutto in una forma di richiesta
specifica, avanzata da persone anziane e da emigranti assenti dal paese
da un certo numero di anni.
Per costoro, infatti, nella ricerca di una più precisa e particolare
forma di identificazione, molto spesso, le due qualificazioni: "lè
so du Supino" e "lè so dulla piazza", non soddisfano
alla loro esigenza di ricostruire in modo inoppugnabile la discendenza genealogica
dell'interpellato.
E' in questo contesto, allora, che si inserisce l'altra più particolare
qualificazione: "Iè su figlio a ... " a cui si fa seguire
il nome proprio del padre con l'indicazione del relativo soprannome.
Riguardo quest'ultima consuetudine, a ben guardare, essa ben rispondeva
alla necessità di una organizzazione sociale dove era necessario
poter individuare con quasi assoluta certezza ogni singolo individuo che
ne facesse parte.
E poiché i nomi propri ed i cognomi appartenendo contemporaneamente
a più individui potevano molto spesso indurre in errore, ecco la
consuetudine dell'uso del soprannome. Essa rispondeva ad una forma di economia
mentale, di pratico espediente che tornava utile nella ricostruzione di
tanti avvenimenti della vita del paese. In questo modo si è potuto
dar vita ad una storia orale che ha egregiamente sostituito parallele storia
e cronaca scritte praticamente difficili a realizzarsi anche in considerazione
del basso livello di scolarizzazione della gente.
AI di là di ogni forma di
campanilismo occorre precisare che le espressioni tipiche, di cui sopra
si è parlato, hanno sempre rappresentato per noi tutti una dichiarazione
di fede. E anche quando le contingenze di un ambiente per tanti versi impossibilitato
a garantire a tutti i suoi figli un decente tenore di vita hanno costretto
una larga parte di essi a lasciarlo, sempre e comunque quella dichiarazione
è rimasta viva e presente nel cuore di ognuno a significare un attaccamento
che nessun legame ad altre diverse e pur anche migliori situazioni esistenziali
può sminuire.
Se un giorno qualcuno avesse intenzione di indagare quali e quante parti
del globo abbiano accolto nostri compaesani, sono sicuro che non si stupirebbe
di trovarli ovunque; ma ancor di più, io credo, non si stupirebbe
di sentir loro dire: "Iè sò du Supino".
LA PROCESSIONE DELLA
STATUA DI S. CATALDO
SUE COMPONENTI E ORIGINI
di Marco Boni
Il 10 maggio
rappresenta per il popolo supinese il momento più solenne e rappresentativo
per la vita religiosa e civica.
La processione, con la quale si porta per le vie del paese la Statua
di S.Cataldo, risale a tempi remoti, che si perdono nella mente
del Supinese e, rafforzano, anno dopo anno, una tradizione ormai troppo
forte e viva nell'animo del fedele a S. Cataldo.
Considerando che la Statua di S. Cataldo andò bruciata e rifatta
nel 1870 dallo scultore Ernesto Biondi, si può supporre
che tale tradizione sia molto antica e risalga almeno ai primi del 1700.
Una festa che ha nella processione il suo più alto significato religioso
e sociale.
Il significato sociale va ricercato soprattutto nella capacità che
essa ha di riunire in quel momento moltissimi fedeli che giungono da ogni
parte del Lazio unendosi ai Supinesi per un profondo ideale religioso, in
una cornice di grande festa.
Se oggi la processione di S. Cataldo
ha mantenuto intatta la sua bellezza e i suoi momenti solenni, lo si deve
alla volontà di persone tenaci e credenti quali sono gli "lncollatori
".
La figura dell'incollatore rappresenta nella coreografia della processione
la fatica, il sudore, la volontà ferrea di portare a termine un dovere,
ma anche soprattutto la fede, che li contraddistingue nei confronti di S.
Cataldo.
Gli incollatori nascono con la processione, dapprima come confratelli della
Confraternita detta dello Spirito Santo ora estinta che
aveva come simbolo uno stendardo processionale di pregevole fattura, raffigurante
nelle facciate da una parte la Madonna con i suoi Fratelloni
e dall'altra S. Cataldo e S. Lorenzo, i patroni di Supino,
ancora custoditi presso il Santuario.
Dopo varie vicende e non ultima quella delle due guerre mondiali, gli incollatori
della disciolta Confraternita mantennero questo impegno in forza della fede
che sentivano radicata in loro.
Successivamente, intorno al 1948, grazie all'opera dei due fedeli i Sig.ri
Boni Antonio e Bianchi Fasani Luigi, gli
incollatori tornarono ad essere un gruppo molto unito nell'amicizia e nella
fede.
Una amicizia e una fede, quella degli incollatori, alla quale mi sono unito
per continuare una tradizione, che il tempo non ha ancora scalfito, ma che
addirittura è sentita anche fuori dalle mura supinesi.
Essi ogni anno il 10 maggio, in una splendida cornice di
fedeli, dotati dal 1987 di una smagliante "casacca rossa con
stemma del Santuario" hanno il compito di custodire e "incollare"
la Statua del Santo nelle processioni ufficiali.
La Festa di S. Antonio a Supino
di Giuseppe Agostini
La
polenta di Sant’Antonio è uno dei pochi vincoli rituali rimasti
nel nostro calendario.
La festa nella semplicità del suo svolgimento, cottura e distribuzione
in piazza della polenta prima benedetta, è tuttavia piena di significati.
Essa richiama altrettanti aspetti dell’antropologia e della cultura
umana universale: L’invenzione della cucina, la scoperta del fuoco
e del cibo cotto, la coltivazione dei cereali, il pranzo comunitario e rituale.
Elementi che hanno origine tutti dalle fondamentali esperienze della cultura
umana e fondato essistessi un concetto di umanità: il paesaggio della
comunità caotica del mondo naturale alla discontinuità ordinata
del mondo culturale.
A questo si aggiunge, nel nostro caso, la trasfigurazione simbolica che
il Cristianesimo attua e porta con se. Il drammatico nesso cibo/vita breve
presente in tutte le culture etnologiche - quanto gli uomini hanno guadagnato
e preso nell’ingresso nel mondo discontinuo della cultura, abbandonato
lo stato natura – è rovesciato nell’acquisizione di una
relazione tra cibo e vita eterna, il cibo benedetto.
E’ probabile che la polenta
di S. Antonio non abbia origini antichissime (funzioni
assistenziali nel nostro secolo o in quello scorso?) oppure i collegamenti
con altri riti attinenti al cibo che l’attrazione tra mondo magico
e religioso ha determinato nel nostro e in altri paesi sono evidenti.
Rimanendo nell’ambito della nostra cultura, gli studi storici (G.
Giammaria, Organizzazione ecclesiastica e società a Supino, Frosinone
1979 ) ci trasmettono memoria di una festa di questo genere, la
panarda, che si celebrava nel Cinquecento a Supino nella chiesa
rurale di S. Sebastiano il 20 gennaio, quindi in prossimità
della festa di S. Antonio.
La festa si basava sul pranzo collettivo e ad esso erano associati elementi
ruralie simbolici veicolanti dalla musica e dal ballo (“fit festum
que dicitur la panada et fiunt tripudia et saltationes et foro”).
Lo spostamento e l’associazione con S. Antonio Abate – che si
riscontra anche in altri luoghi – trova forse ragione nell’importanza
che il culto del Santo assume nella scansione delle stagioni agricole (vedi
la benedizione rituale degli animali, che a Supino a luogo a pochi giorni
dalla polenta); mentre la venerazione del Santo e l’attribuzione delle
feste a lui associate all’attuale chiesa di S. Nicola
a probabilmente giustificazioni nella vicinanza topografica del luogo, a
ridosso delle pendici del Monte Gemma, alle zone della vita lavorativa agreste
e pastorale.
Quel che più interessa è la partecipazione che il rito mostra
con il fondo culturale comune di ogni attività umana: dominio e controllo
su elementi essenziali come il fuoco, la coltivazione di cereali e l’invenzione
della cucina, il cibo cotto. Elementi che nei riti di tutte le civiltà
etnologiche e nel fondo folkloristico delle città europee contraddistinguono
il passaggio e l’acquisizione di una condizione culturale, umana,
da una naturale, e rappresentano oggi i vincoli più stretti che accomunano
su una identica base noi ad ogni altro essere umano su questo pianeta. In
questo contesto, importanza dominante rivela l’istituto della cucina
– il cibo cotto contro il cibo crudo – in cui si veicolano le
scoperte culturali del fuoco e della coltivazione dei cereali.
La cucina è intesa in questo senso come uno degli elementi d’ordine
che contraddistinguono la cultura umana, luogo fisico e della mente,in cui
in tutte le culture etnologiche non si può fare chiasso (caos, disordine).
In cui il silenzio è un obbligo rituale prima che una buona maniera.
A meno dell’inversione del momento ludico. Inversione che si celebra
ancora nelle filastrocche della nostra infanzia e di chissà quante
altre civiltà del nostro pianeta: “Ti rompo piatti, scodelle,
tutto quello c’hai … povera Maria Spillò …”
LA
NUOVA SEDE COMUNALE DI PALAZZO BALESTRO
di Elio Torriero
tratto dal "Bollettino di San Cataldo 2005"
si ringrazia il Presidente del Comitato San Cataldo, Dott.
Marco Boni, per l'autorizzazione concessa
In
data 2 giugno 2004, all’interno del “Palazzo Balestro”,
è stata inaugurata la nuova sede del Comune di Supino.
Nell’aula consiliare è stata apposta una targa, nella quale
si legge: “Oggi 2 giugno 2004 viene inaugurata quest’aula consiliare
in questo palazzo denominato “Balestro” donato il 7 gennaio
1950 all’Ente Comunale di Assistenza di Supino dalla Famiglia Bizzarri.
Questa targa marmorea viene posta a ricordo dei donanti Bizzarri Giovanni,
Bizzarri Antonio, Bizzarri Dorina, Bizzarri Teresa, nati a Supino e Bizzarri
dottor Ubaldo, Bizzarri Ermelinda, Bizzarri Ada, nati negli USA a New York.
Supino 2 giugno 2004. Il Sindaco Dott. Antonio Torriero”.
La targa suddetta sembrerebbe essere un opportuno riconoscimento da parte
dell’Amministrazione Comunale a favore dei donanti. Ben pochi sanno,
invece, che la sua apposizione è stato - potremmo dire - “un
atto dovuto”, come spiegherò appresso.
La storia del “Palazo Balestro”, come palazzo comunale, nasce
con il contratto rogato il 7 gennaio 1950 (Rep. n° 169) - Rogito n°
1075) dal notaio Domenico Seraschi (che potremmo definire il notaio dei
supinesi).
In virtù di detto rogito (redatto in presenza, quali testimoni, di
Tomei Evangelista, fu Sisto, agricoltore e di Cerilli Tecla, di Luigi, insegnante),
Bianchi Fasani Cesare, fu Paolo,”agiato”quale procuratore di
Bizzarri Antonio, Rosina, Teresa dott Ubaldo, Ermelinda, Ada di Giovanni,
Bianchi Fasani fu Francesco, anch’essi “agiati”, tutti
domiciliati in New York, “dona irrevocabilmente a scopo di beneficenza
all’Ente Comunale di Assistenza di Supino (E.C.A.) la casa di abitazione
sita in Via d’Italia o Via del Montano”.
L’E.C.A. a sua volta, si impegna a far celebrare:
1) una messa per l’anima di Bizzarri Annunziata il 19 febbraio di
ogni anno;
2) una messa per l’anima di Bizzarri Francesco l’11 ottobre
di ogni anno;
3) una messa per l’anima di Bizzarri Teresa il 2 novembre di ogni
anno;
4) una messa per l’anima di Bizzarri Virginia il 15 ttobre di ogni
anno;
5) una messa per le anime nell’ottavario dei defunti.
Le messe dovranno celebrarsi nella Cappella Gentilizia della Famiglia Bizzarri
al Cimitero.
L’E.C.A. dovrà provvedere alla manutenzione di detta Cappella
ed alla imbiancatura della stessa ogni 5 anni.
“L’Ente Comunale di Assistenza dovrà inoltre provvedere
all’apposizione di un ricordo marmoreo intitolato al nome dei donanti”.
Dunque all’occhio del giurista, viene in evidenza il fatto che, sicuramente
senza essersene resa conto, l’Amministrazione Comunale, con l’apposizione
della targa di cui ho fatto cenno innanzi, ha adempiuto ad una precisa clausola
(condizione od onere) prevista e canonizata nel contratto di donazione de
quo, la realizzazione della quale era necessaria per renderlo efficace.
Dalla analisi dell’atto, inoltre, risalta, come particolarità,
il fatto che i contraenti venivano identificati senza data di nascita, ma
con la semplice dell’indicazione della paternità e dell’indirizzo
di residenza.
Inoltre, ai nostri occhi appare veramente singolare la qualifica di “agiati”
data ai contraenti. Evidentemente, in quei tempi, era normale qualificare
la propria professione in “agiato” (cioè “campo
dugliu meo”, come si diceva a Supino: cioè vivo di rendita).
Al di là dell’aspetto
tecnico, ciò che incuriosisce è la denominazione di Palazzo
Balestro, dato all’immobile oggetto della donazione, posto che tale
appellativo non risulta in alcun punto dell’atto.
Dalle mie modeste ricerche, è scaturito che la denominazione di cui
sopra è derivata dal soprannome, quello di “Balestro”,
che veniva dato al donante Bizzarri Giovanni.
Da quanto mi è stato detto, tale soprannome gli proveniva dal fatto
che egli camminava con un’andatura barcollante, come appunto, il movimento
non uniforme della balestra.
D’altra parte che “Balestro” fosse certamente un soprannome
supinese è circostanza sicura. In questo senso, infatti ho avuto
il riscontro nella lettura del “Il Gran Carnevale dei Soprannomi (Comune
della Rava - Senatus Populusque Quiriens Ravanensis)” dell’indimenticato
nostro concittadino Nicola Lespi, scritto in Argentina nel lontano 1951.
Nella grande sfilata dei gruppi in costume rappresentanti i propri soprannomi,
all’ottava fila del quindicesimo gruppo, troviamo gliu Turiceglio,
seguono Laurenti e Marteglio, Commendatore e Ciraseglio, Belgiovane e Zibbacchieglio,
Balisca e Camardeglio, la Spia e Taccareglio e, appunto, Balestro ecc. ecc.
Altro punto che mi incuriosisce,
per completare l’analisi, è l’ubicazione del palazzo
in “Via D’Italia o Via del Montano”, come si legge nell’atto
in esame. Evidentemente nel certficato catastale dell’Ufficio delle
imposte di Ferentino “che sarà allegato alla voltura”
le strade - che sappiamo essere diverse e distanti fra loro - non erano
indicate con chiarezza.
L’altra ipotesi è che anticamente il tratto di strada verso
Piazza dell’Erba - sulla quale si affacciava parte del Palazzo - fosse
denominata Via del Montano.
Da ultimo, al di là dell’indagine tecnica, ciò che colpisce,
sotto il profilo che vorrei definire “storico”, è l’atteggiamento
dei donanti.
Essi costituiscono un nucleo familiare che, trasferendosi negli Stati Uniti,
“taglia i ponti” definitivamente con Supino (anche ora di questa
“importante” famiglia, a suo tempo proprietaria di una “cappella
gentilizia”, praticamente non vi è più traccia).
Tuttavia, il llegame con il paese vuole rimanere fortissimo. Da qui lo spirito
di liberalità che porta alla donazione della propria casa di abitazione
in cambio di messe di suffragio e di un loro ricordo (targa) da lasciare
vivo nella ns. comunità.
Note:
1) La cappella della
Famiglia Bizzarri dovrebbe essere quella sita all’ingresso del Cimitero
di Supino. Su di essa campeggia, appunto uno stemma gentilizio.
2) E’’ suggestivo che nel lontano 1951, in Argentina, Nicola
Lespi, appelli “Ravanesi” i cittadini di Supino. Il richiamo
della “Rava” (la roccia a strapiombo sul Paese), dunque, doveva
essere fortissimo.
3) Nello stipite della porta d’ingresso del Palazzo, il quale fu edificato
fuori la mura di cinta del Paese, è inciso “1897 G.B.”
(Giovanni Bizzarri).
Poesie
Tarantella
per Supino
Supino Supino
aprimi la porta
c’e’ una ragazza che mi morde il cuore
e rubo le penne al suo guanciale
supino Supino mettiti a correre
per quel ricciaro di stelle a tarantella
appendo la bandiera della luna
all’alba ridarella dei castani
mi chiama la tua voce mi chiama
col fazzoletto ricamato da un pulcino
l’oboe non se ne andra’ dei tuoi canti
nel concerto degli occhi ballerini
amici amici degli inchiostri e del tuo vino
sono la tua colomba pellegrina
nelle tue braccia l’edera e’ gia’ nata.
Libero De Libero
(Supino, 11 agosto 1979)
Paese
mio Supino tra le Colline
Mentre l’orologio
di Santa Maria
batte le ore del mattino
e la luce del giorno
illumina i tuoi campanili,
mani imploranti verso il cielo,
penso a te, paese mio.
Serbi tra le tue mura
la magia dell’amore e del dolore
della mia giovane età.
Ti penso e t’amo!
Amo il tuo superbo Monte Gemma,
il verde intenso delle colline
che ti circondano,
le chiare e fresche acque
del “Pisciarello”
sgorganti con birichina perennità
nel silenzio dei boschi,
il tuo Santuario
che con “Cataldino” amore
ci affratella.
A te sempre penso
mio vecchio paese
dove dolce e confortevole
è il riposare
questo mio animo
non più monello!!!
di Devio Barletta
Supino
… paese di montagna
… paese delle fresche e pure acque sorgive
… paese delle mille meraviglie
… paese che una volta visitato
è difficile dimenticarlo.
La sua cordialità
sprona lo straniero a tornare.
Ad un cantone
Una vecchietta,
dall’aria indebolita,
con la corona fra le dita
ringrazia Dio
di averle concesso
ancora un altro giorno.
Ha gli occhi bagnati,
forse…
sta ricordando il suo passato,
a quante cose, a Supino
sono cambiate
per questo non vuole abbandonarlo
perché Supino
è l’unico ricordo vivo
della sua adagiata esistenza.
di Maria Caprara Ruzza
Campanile del mio Paese
O
campanile
solido
e austero
che fra le valli t’ergi e la montagna
sempre t’ho nel cuore.
Quando nel dubbio
l’anima s’affanna,
o quando il mondo invido
e menzognero
le pupille bagna,
odo la tua voce
e mi rinfranca.
Come sei bello
allor che le campane
dalle celle diffondono
il tuo suono
ed alla prece inviti,
o campanile!
Ave! Le valli, allor,
e le lontane cime
riecheggiano con voce umìle.
E al tuo richiamo
S’inchinano, segnandosi,
i fedeli.
di Edoardo Cerilli
Lode a Supino
Oh
SUPINO… paese mio diletto
Ai piè dormiente del fido Monte Gemma
affogato nel verde delle tue colline
all’ombra sacra dei tuoi campanili;
oh
SUPINO… dolce terra natìa
a tutti i figli tuoi vicino e lontano
metti nei cuor la speme
doni a profusion l’amore;
Oh
SUPINO…paese mio pensoso
Che ne sanno di Te gli altri
se non han gioito e pianto
nelle amate tue contrade?
Oh
SUPINO… paese mio generoso
così gaio, così triste
nella tua ospital terra dorme
la mia perduta stirpe.
Oh
SUPINO… quanto noi t’amiamo!!!
di Devio Barletta
La
cronaca dugli statuti
Primo
Agosto '91
Poesie di Ernesto Carbonelli
Pu
Cumenzà...
Da banni i manifesti pubblicato:
Munate tutti, gli'hanno rupurtato!
Gliu libro "Gli Statuti" dugliu paeso
A rumunuto a esse supineso!
Na cerimonia degna du signori:
Guardie i carbinieri a fa gli'onori,
Gliu sindoco, onorevole i comitato
Staranno alloco quando vè rudato!
Gliu sindoco cuntento ha dichiarato:
Mo ca gliu libro a stato rupulito,
I appena si gli simo aracchiappato,
Gli rumittimo dentro 'gliu comuno,
D'andò trent'anni fa ci'aveva scito,
Oggi: Primo d'Agosto 'novantuno.
La
Runtrata
S'arancuntrimo atter'a San Bastiano
Tutti vustiti a festa i da cristiano:
Sindoco, assistenti i cunsiglieri
Guardie du municipio i carbinieri.
Su mittono a stirà certi'orghinetti,
Cu ciocie, cu pannelle i gli murletti,
Sti ciociaritti cu stu ciociarelle,
Fanno zillà lu crespe allu unnelle.
Doppo la messa, la predica i raziona,
Su mittono a sunà ddu' ciufulitti,
Ca raluma ci scappa: è cummuziona!
Agliu communo su fanno i discursitti,
Na firma, stimo alla cummortaziona,
Attrippati, su nnu imo zitti zitti!
Pulla
Via du Santa Sarena
Lu tromme 'gliu giudizio 'niversalo
Pareva du sentì attera agliu Casalo
I fin'ancima pu gli Punnucali
Gli corni che sonenno agli Canali:
Cumenza Carlo dalla mani ritta,
La musica rucrescia, su sta zitta,
L'aracchiappa Guelfo alla mancina,
Rabbomma cugli lagni i s'abbutina;
Su senta, mo, pu tutta la vallata,
Accumpagnata da nu corno alpino:
S'aizza an'celo commo a 'na fumata,
Fa sdrelegà lu frasche du lucino...
Dicia la genta a vocca spalancata:
Ddò, avéta che su senta pu Supino?!
Pu Funisce...
Mo, doppo lu fatiche du giurnata,
E' giusto puro fasse na magnata:
Su rutruvimo attera da Bompiani
Ggé, so tutti Supinisi i Mericani!
La banda sona, mamma che caciara!
Arancuntrà gli amici i la cummara,
Abbracci, baci, stregnese la mani...
Che beglio rutruvase cu i paesani!
Ma l'atra sera 'nci'nnu stenno tanti:
Eh, politica, tentaziona du Supino!
Prò, massera, ansemi agli'emigranti,
Arivono gli maccaruni a tavulino,
Agliu partito ci fanno, tutti quanti,
Scasso gioco, ca gliu piatto è piino!
Gli'Allimalo
Doppo la tera, gliu solo i la natura,
Ha fatto gli'allimali i la verzura;
S'a rupusato vucino a nu pantano,
I culla fanga ha fatto gliu cristiano.
A chisto mo ci vò la cumpagnia:
Faciamici la moglia i'a cusissia.
Cu falla ci'ha levato na custata:
Sta cumpagnia cara l'ha pagata!
Nu'lla tuccà, sunnò fai iu peccato,
I ansemi a iessa sulo gli ha lassato.
Chesta, mo, ca femmana ci a nata,
La fronna puddunanzi s'a levata!
Nascia Abelo, i appena vè Caino
Ecco ca s’a’ scinciato gli'ardarino.
Nu giorno Caino a ito dagliu frato:
Na mazzata an capo i gli'allestrato.
D'allora tir'annanzi a stà manera
Cummatta culla genta, fa la guera,
Cu gliu 'nteresso tu fa a curtellate,
Cu poca tera va fà a schiupputtate.
Pu gliu partito i pu gliu cannarilo
S'abbrucess'accommo a nu stuppilo.
Su creda n'omo quanto ci paresse,
Più bestia d'accusì nun'ci pò esse!
di Ernesto
Carbonelli
Toronto 1990

di
Ernesto Carbonelli
Toronto 1989
Lu
Vino
Gliu fiaschitto
cullo vino,
Nu bicchiero sempre piino
Ca ogni tanto su sbacanta,
Nun tu piega i nun t'ancanta.
Quando tei che
bicchiero,
Pensi d'esse pu' ddavero,
Fort'a'com'a'nu montono
Cu gliu coro du leono.
Ma gliu uorgio
su ruscalla
I la menta tu traballa,
Tu fai n'atro bicchieruccio
I tu senti pecuruccio.
Mo gliu capo
nun't'areggia,
Areggennete a'nna seggia
Tu funisci gliu fiaschitto...
I'ddiventi purcillitto!
di Ernesto Carbonelli
Toronto
Tolla nu pignato cu gliu culo tunno,
Gliu foco du lene fatte alla muntagna,
Na mazza ca'nnu scortaca gliu funno,
Cu
nu poco d'erua pazza du campagna,
I tu tu fai na pulentata ca'a stu munno
Para ca ci volessa dice: magna magna!
Calla, spariata sopr’a chella
spinatora,
Cu 'ncima l'erua fritta, fummuchenne,
Tu f'addocì gliu petto accomm'addora.
I sì facennala ci'ammischii
poche fave,
Ci'aggiugni na zazzicchia spuzzigliata,
Allora sulo a vudela tu cadono lu vave.
Magna fin'a ché la trippa la
pò regge,
Attenti, nun ti ci beve tropp'acquata,
Su nnó rannula a forza du scuregge!
di
Ernesto Carbonelli
Toronto
![]() |
![]() |
La locandina
del film "La Ciociara" (1960) regia di Vittorio De Sica e interpretato da Sophia Loren vincitrice per l'Oscar come migliore attrice. Tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia (1957), è un ritratto pregnante dell'Italia popolare schiacciata dal passaggio del conflitto mondiale. |
![]() |
Un'immagine
di Frosinone devastata dal bombardamento "Alleato"
dell'11 settembre 1943. |
![]() |
Nei
giorni che seguirono la battaglia, terminata il 17 maggio 1944 con
la caduta di Esperia, i 7.000 "goumiers"
(foto sopra) sopravvissuti (erano partiti all'attacco in 12.000) devastarono,
rubarono, razziarono, uccisero, violentarono. Circa 3.500 donne, di età compresa tra gli 8 e gli 85 anni, vennero brutalmente stuprate. Vennero sodomizzati circa 800 uomini, tra cui anche un prete, don Alberto Terrilli, parroco di Santa Maria di Eperia, il quale morì due giorni dopo a causa delle sevizie riportate. Molti uomini che tentarono di proteggere le loro donne vennero impalati. |
| Il
professore e poeta Eraldo Cerilli mentre legge la poesia "Paese" di Ernesto Carbonelli durante "La Festa dell'Emigrante", annuale celebrazione che si svolge a Supino dedicata ai concittadini residenti all'Estero. |
| Ingresso
al paese (foto anni '30) |
| Processione
del Santo Braccio |
| |
Porta di Via
Roma |
La Processione di San Cataldo |
| La
Sagra della Polenta |
L'Infiorata |
Festa
degli anni '50 |
Processione
di San Rocco |
La fontana
dei Fai |
Mosaico
romano |
Piazza
Umberto I |
Case del
Centro Storico |
Via Roma
di notte dipinto di Pierre Mainson |
Santa
Maria Maggiore dipinto di Pierre Mainson |
Palazzo
Balestro L'Aula Consiliare |
Palazzo
Balestro Targa in ricordo della donazione |
Palazzo
Balestro Facciata lato Via D'Italia |
