LA
STORIA DI SUPINO: DALLA PREISTORIA AL 1500
di Ernesto Carbonelli -
www.supino.ca
Riflessioni
senza pretese
Questo
e’ un brevissimo riassunto di tutto quello che ho assorbito dalle letture
sparse su gran parte della seconda meta’ del 1900 e gli inizi del 2000.
Non ho alcuna pretesa a titoli o diplomi fasulli, sono scevro di pregiudizi
e non cerco vanagloria: voglio solo essere lo sprone a qualcuno che voglia
umilmente raccogliere la sfida con se stesso ed elaborare almeno su uno dei
tanti capitoli accennati.
Non voglio infringere su dogmi o convinzioni di alcuno ne’ convincerlo
che il solo modo di concepire le cose e’ il mio, tantomeno alterare
la storia, anzi, voglio spingere la critica e l’osservazione anche al
di la’ del rigo scritto, anche al di la’ del lecito se pur fosse
solo per chiarire un fine.
In molti casi ho solo citato un nome o fatto. Casi, nomi e fatti che hanno
a che vedere con le radici supinesi, queste le ragioni per cui sono nominati.
Un’affascinante signora italiana disse qualche anno fa’: E’
meglio morire provando che vivere senza aver provato!
Allora proviamo, che abbiamo da perdere?
Preistoria
Alla fine dell’ultima era glaciale di 8000 - 6000 anni
fa, quando il livello dei mari si sollevo’ di molti metri, il Mediterraneo
si allargo’ di parecchio rompendo allo stretto dei Dardanelli. Questo
fatto naturale inondo’ l’eden di allora dando origine alla storia
del diluvio universale e costringendo Noe’ a costruire l’arca
e salvare le bestie.Migrazioni di massa si verificarono nel mondo e una di
queste migrazioni fece si che un misterioso popolo, forse proveniente dalla
valle dell’Indi e di avanzata civilta’, si stabilisse e fiorisse
appena a nord della zona che oggi chiamiamo Lazio. Questo popolo, gli Etruschi,
regnarono sulle loro citta’ in pace, per lungo tempo e con progresso
che oggi possiamo solo invidiare, anche perche’ ne sappiamo ben poco.
Gli storici piu’ antichi accennano che un popolo, che fu poi chiamato
“Pelasgico”, approdo’ nelle vicinanze dell’Italia
centrale. La loro predizione dettata chissa’ da quale indovino e scolpita
nella loro credenza era che si sarebbero sistemati in un luogo dove esisteva
un’isola galleggiante. Il posto lo trovarono e ancora esiste! L’isola
galleggiante, di cui parlano gia’ gli scrittori piu’ antichi,
esiste tuttoggi nel lago di Posta Fibreno.
I Pelasgi forse provenienti dalle parti piu’ a nord della Grecia si
sistemarono allora lungo il fiume Sacco e il Liri tra i monti delle Mainarde
e i monti Ernici.
Questa migrazione, presumibilmente avvenuta in massa, nel sistemarsi piu’
o meno pacificamente si fuse con le popolazioni locali formando vari ceppi
distinti che sono pervenuti a noi con i nomi di Latini, Osci (da cui viene
l’aggettivo “osceno” perche’ puzzavano tanto), Volsci,
Sanniti, Ernici etc… Tutte queste popolazioni vissero per un considerevole
lasso di tempo in pace, ognuna accudendo alle sue cose dentro i limiti stabiliti
dalla necessita’ di sopravvivere fino a che il profugo Enea, secondo
Virgilio, approdo’ alla foce del Tevere. Siamo
quindi alla fine dell’eta’ del bronzo, subito dopo la distruzione
di Troia da parte degli Achei che vollero rivendicare il rapimento di Elena,
e quando dove piu’ tardi, molto piu’ tardi, sorgera’ il
foro romano, gracchiavano ancora rane e rospi, dodici secoli prima della nascita
di Cristo e cioe’ 3200 anni fa’. In questo periodo alle falde
delle Mainarde e contemporaneamente nei pressi dell’odierno Collepardo
venne scoperto il ferro.
Durande il lungo periodo dell’eta’ della pietra, e specialmente
nel neolitico, l’uomo costrui’ e uso’ attrezzi di pietra
per la caccia e per processare la carne di cui nutrirsi e le pelli per proteggersi
dalle intemperie. Le pietre usate per costruirsi gli attrezzi necessari si
trovavano facilmente lungo il letto dei torrenti e ognuno poteva trarne vantaggio
senza necessita’ di litigare col vicino per il loro possesso (Rufuli
e’ pieno di queste pietre).
Ma con la scoperta del rame e conseguentemente del bronzo, piu’ adatto
a piu’ svariate forme di lavorazione, il possedere armi e attrezzi divenne
la prerogativa di pochi piu’ furbi e presto piu’ aggressivi dato
la superiorita’ e varieta’ di questi di bronzo su quelli di pietra.
Il
bronzo fece anche si’ che con i nuovi attrezzi l’agricoltura si
estese e dalla vita nomade in cerca di carne l’uomo divenne piu’
sedentario e piu’ dedito alla coltivazione della terra, raggruppandosi
nelle primitive societa’ che inizialmente si svilupparono nei limiti
delle palafitte.
Il domesticare di alcuni animali e il continuo progredire dell’agricoltura
consolidera’ ancor piu’ il concetto e presto sorgeranno le varie
citta’ su terra ferma.
Non si sentiva certo ancora la necessita’ di costruire delle mura protettive,
ma evidentemente ci si doveva rinchiudere dentro dei recinti per difendersi
dalle belve e contenere gli animali domestici e i piccoli, facili prede di
queste.
L’importanza della scoperta del ferro non fu certo riconosciuta dalle
popolazioni locali, troppo impegnate a sopravvivere raspando un’esistenza
dalla terra o rincorrendo gli animali per farne un pasto comunale.
Ma gli Etruschi piu’ a nord avranno sentito qualcosa e si sono precipitati
a vedere in che cosa consistesse questo metallo, o gia’ era a loro conosciuto,
che affettava gli attrezzi e le spade di bronzo. Accertatene le possibilita’
hanno iniziato il processo di lavorazione e per proteggerne i segreti hanno
fatto erigere le mura ciclopiche dentro le quali si trovavano le fucine. Istituito
un commercio, sicuramente molto profittevole, si ritirarono in Etruria a godersi
la vita sostenentosi da quei profitti e lasciandosi andare alla pigrizia e
ai bagordi che forse segnarono la loro stessa decadenza.
L’eta’
romana
Come
ci racconta lo storico Tito Livio, Roma e’ nata durante
il crepuscolo degli Etruschi.
Ben presto le citta’ fiorite durante il periodo che va dalla distruzione
di Troia all’epoca imperiale cadono sotto la mira espansionistica della
citta’ eterna. Le ragioni per cui le mura ciclopiche della pentapoli
forono innalzate 500-600 anni prima sono ormai dimenticate e le popolazioni
subiscono invasioni dal prepotente di turno. Con
le invasioni dei Galli, di Brenno e le sue minacce, le sussequenti razzie
di popoli organizzati per prendere Roma ormai nel viaggio verso l’eterno
e la sua potenza, il crescere di bande di individui dedidi alle ruberie e
la necessita’ di Roma di annettere i popoli mano mano piu’ lontani
rese necessario l’utilizzare e modernare le mura una volte usate per
nascondere i segreti di lavorazione del metallo e costruirne di nuove a volte
solo per far rifugiare le genti che lavoravano i campi fuori porta a volte
da servire da avanposto verso la prossima conquista.
La valle del Trerus, l’odierno Sacco, dopo che il letto del fiume si
abbasso’ abbastanza da prosciugarla, fu usata quale via di comunicazione
tra Roma e la zona Partenopea. L’unica possibile del resto, poiche’
verso l’ovest c’erano le Paludi Pontine e ad est i monti su cui
Annibale fini’ per giocarsi le unghie delle zampe dei suoi elefanti
e gli alleati, piu’ recentemente, le gomme dei cingolati.
Lungo questa direttiva nel tardo impero si costruirono torri di segnalazione
lungo il fiume e Supino ne conserva una delle piu’ complete. Queste
torri servirono anche da rifugio per le popolazioni che lavoravano i campi
contro le razzie degli invasori di turno durante gli anni oscuri.
La riva
destra del fiume e’ torreggiata da una catena di monti, i Lepini.
L’enorme calderone dei monti coi numerosi inghiottitoi fornisce ancor
oggi un’abbondante riserva di acqua potabile di ottima qualita’
e le recenti scoperte di immensi laghi sotterranei lo conferma. La porosita’
della formazione carsica dei monti fa si che le acque rese lungo le falde
e a valle siano ricche di minerali e idonee alla sopravvivenza. L’abbondanza
di acqua ha formato nel passato, a valle, le giuste condizioni per un sistema
di pantano ricco di rane, granchi, pesci di varia taglia e anguille mentre
il fiume si prestava a una pesca di portata quasi commerciale, comunque adatta
alla nutrizione delle popolazioni locali, supplementata naturalmente dalla
caccia.
La terra rossa, ricca di ossidi di ferro e fertile, lungo tutta la striscia
interposta tra le falde dei monti e l’argine destro del fiume forniva
frumento, frutta e verdura mentre l’allevamento di suini, bovini, ovini
e caprini era facilitato dalla posizione ideale delle pasture sui monti ed
al piano, virtualmente confinanti, che ancora offrono refrigerio, a monte,
contro la calura estiva e, a valle, i rigori invernali, in una esoterica mini
transumanza. Una
enorme valle e’ alle spalle della pianura, aperta nel fianco rivolto
a est dei monti Lepini, ricca di piante da frutto, querce, castagni e ulivi,
fonti di acqua freschissima e spiazzi e terrazzi di terra lavorata per verdure,
frumento ed altro. Questa valle protetta a tre lati da aspri dirupi e dai
venti freddi dalle vette circostanti fu rifugio ideale delle popolazioni per
millenni. Infatti dalla base della Torre alla base del Quarto troviamo il
punto piu’ corto e difendibile facilmente con pochi uomini.
Un sistema murario parziale di grandi dimensioni e’ stato notato recentemente
quasi a confermarne l’ipotesi avanzata a suo tempo anche da altri studiosi
di storia del paese.
Mi sono avvalso degli scritti di R. Jacovacci (Ciociaria),
G. Colasanti (I Cercatori di Ferro), F. Gregorovius
(Storia di Roma nel Medio Evo) e I. Wilson (Before the Flood),
gli acconti della bibbia (Genesi), delle storie babilonesi di Gilgamesh ed
altri, troppi numerosi da citare in questo poco spazio.
Specialmente Jacovacci insiste, e ne da’ le ragioni, che tra l’odierna
Tomacella e Ferentino c’era una citta’ volsca; una delle tre scomparse,
Satrico, Luca o Ecetra, distrutte da Roma. Cosi’ ci fa intenedere anche
Tito Livio, chiamandola pero’ Ecetra. E’ da pensare che se c’era
la citta’ doveva essere senza mure di cinta notevoli, ma fieramente
resistette lo stesso ai Romani per molti anni. Forse rifugiandosi il popolo
dentro la vallata a tergo della piana?
“Alla distruzione di Satrico il bottino fu portato alla vicina Ecetra.
Si combatte’ in battaglia campale tra Ferentino ed Ecetra… i romani
ebbero la meglio” (Livio).
Alcuni scrittori (incluso Cesare Bianchi, “Ecetra”) dubitano dell’ubicazione
di Ecetra nella piana di fronte a Supino – Morolo - Patrica perche’
Livio dice che dopo aver distrutto Ecetra andarono ad assalire Artena. Quello
che non hanno considerato e’ che i romani non venivano da Roma ma dalla
vicina colonia di Priverno e quindi dal passo della Palombara conosciuto fin
dal piu’ remoto passato e usato dai greci per il commercio del ferro
ed altro.
La distrussero i romani? Non c’era bisogno di distruggerla ma solo di
assoggettarla. E’ risaputo che i romani eviravano gli uomini e impregnavano
le donne (era parte del bottino) cosi’ la prossima generazione era romana!
Una grande frana dopo un lungo periodo di piogge (Livio) la sotterro’
dove ancora resta sepolta?… Le recenti tecniche satellitari, che confermano
l’esame di una foto gigante studiata nel 1960-62 e di recente ritornata
a galla, sembrano mostrarcela nei campi supinesi non arati fin dall’antichita’,
lasciati incolti poiche’ lasciavano a desiderare un decente raccolto
anzi alla punta delle vanghe spesso si opponevano muri e pezzi di tufo lavorati.
D’altra
parte l’enorme necropoli, ora quasi scomparsa insieme alle favisse,
non puo’ che confermare l’esistenza di una grande citta’
cosi’ come le distrutte favisse ne segnavano l’importanza e l’appartenenza
ai tempi dei Volsci.
Ancora qualcuno ricorda l’ammasso di tufi e calcinacci che si trovava
dove ora c’e’ l’ingresso al caseificio, succeduto alla fallita
fabbrica per la ricopertura di pneumatici. L’esistenza di cocci votivi
di fattura anatomica, rinvenuti dalla distruzione delle favisse, fa pensare
al culto di Asclepio che fu portato da queste parti dai greci intorno al settimo
secolo a. c. che venivano a barattare per armi e attrezzi agricoli di ferro.
A una cultura piu’ primitiva, invece, fa pensare la presenza di una
scalinata di una decina di gradini, scolpita nel tufo, che immette in un ampio
pianoro a ridosso della collina detta “I Colli” e che immette
in una grotta.
Come la necropoli si trovava, e si trova ancora, nei pressi di una fonte (Privito)
cosi’ la scalinata, conosciuta in tempi passati come la “La Scala
dei Saraceni” si trovava e si trova ancora nei pressi di una cospicua
fonte (Fontana Gelatina).
Anche la presenza della struttura termale del secondo secolo d. c. serve ad
indicare che oltre cinquecento anni dopo la presunta distruzione di Ecetra
la zona era cosi’ popolata da necessitare un posto per la pubblica abluzione.
Passeranno
secoli sotto il dominio di Roma e intorno al primo secolo vengono costruiti
degli impianti termali. All’uso romano la popolazione ha bisogno di
lavarsi. Di popolazione bisogna parlare vista l’imponenza dell’impianto
ritrovato, e di impianto pubblico, altro che di villa privata, ancora prova
di una vasta presenza umana. La torre vicino al fiume, prima serviva per segnalazione
e poi anche per proteggere il mulino e da rifugio per i contadini in caso
di invasioni senz’altro frequenti.
Ancora secoli passeranno e il popolo si riunira’ per difesa e conforto
ai piedi dei monti costruendo le abitazioni in modo da presentare ad un eventuale
assalitore mura massicce difendibili dall’alto. Con
il collasso dell’impero romano precipitiamo negli anni piu’ bui
della storia del Lazio.
Le notizie che abbiamo di questo periodo sono scarsissime, anzi quel poco
che si sa e’ in dubbio.
Si dice di un “Ferentinum Novum” a cavallo del fiume Sacco e di
un vescovo che vi risiedeva.
Costui stanco di invasioni e malattie infettive si ritiro’ dove l’aria
“sub pini” era piu’ salubre e
protetta contro i Lanzichenecchi, o di chi potesse essere l’invasore
di turno di quel tempo (600 – 700 d. c.).
E’ lecito allora pensare che a muro si attacco’ muro fino a diventare
un agglomerato ragguardevole, protetto bene e ben difensibile essendo attaccato
alle propaggini del monte cosi’ che le pietre da buttare in testa agli
assalitori non mancavano.
Cosi’, con probabilita’, trovo’ Supino il primo “conte”
appuntato da Innocenzo III alla fine del 1190.
Il
secondo millennio
Alla
fine del primo millennio e all’inizio del secondo il potere della chiesa
si consolida e al concetto di capo spirituale della chiesa il papa assume
anche quello temporale di capo dello stato, piuttosto il despota delle popolazioni
soggette (Gervaso – Montanelli “ L’Italia dei secoli bui”).
Nello stesso tempo nella penisola fa capolino il Comune come concetto di associazione
e direttore dei residenti di zona.
La necessita’ di sopravvivere agli attacchi di tutte le invasioni, alle
violenze dei senzalegge perpetrati a costo della proprieta’ e delle
famiglie e in particolar modo delle donne, costringe il popolo a costruirsi
un rifugio a ridosso della montagna.
Siamo negli anni dopo il 1100 e Supino e’ nominato
nella cronaca di Fossanova indicando che le truppe al soldo
di Onorio II (non l’antipapa ma Lamberto detto Scannabecchi), di ritorno
da una spedizione punitiva piu’ a sud attaccarono Supino ma furono respinti.
Dunque a Supino negli anni del papato di Onorio II (1124 – 1130) gli
abitanti erano raggruppati in un complesso efficientemente difendibile, grande
abbastanza da far supporre che esistesse gia’ da parecchi secoli, forse
gia' dal tempo del vescovo che vi si rifugio’ nel secolo VII d. c. (Catracchia
“Ferentinum Novum”).
Sempre a Fossanova, nell’abbazia, alla fine del corridoio di sinistra
che da al chiostro esiste una scala di pochi gradini. Un gradino e’
fatto dalla pietra tombale di un “Johs de Supino”.
Cesare Bianchi negli Statuta Castri ci dice che Giovanni
da Supino mori’ nel 1168. Per essere costui tumulato nell’abbazia
cistercense, che non fosse il figlio del costruttore del castello?
Con il papato di Innocenzo III, Lotario dei conti di Segni, nasce il vero
e proprio nepotismo, massimizzato nei papati di papa Borgia Alessandro VI
(il padre di Lucrezia, del duca Valentino celebrato dal Machiavelli e di Jorge,
signore per poco tempo di Supino, assassinato dal fratello - o dal padre -
per gelosia di Lucrezia) e il Della Rovere Giulio II ancora ricordato in una
via ancora esistente.
Innocenzo III, nel 1199 primo anno del suo pontificato, istitui’ le
provincie di Marittima e Lavoro, piu’ tardi identificate, in parte,
come la zona della Ciociaria odierna e estese fino ai confini di Caserta di
oggi.
E’ a Innocenzo III che si devono le nomine dei tanti
conti dei tanti paesini. Infatti per esercitare un piu’ efficiente controllo
di queste terre prese tutti i parenti idonei all’uopo, o quelli che
gli diedero piu’ soldi, e li fece conti di Supino, di Morolo, di Patrica,
Ceccano etc… Ancora oggi questi conti, cosi’ chiamati perche’
reggevano una contea, ma non nobili, si confondono sia coi Conti, la famosa
famiglia romana che coi conti nobili e si fa di tutti un guazzabuglio per
apparentarli secondo la convenienza del momento e la convinzione dello scrittore.
Vedi Nota 1.
Non
si hanno notizie certe sulla nascita del castello, certo e’ che a un
certo punto qualcuno per sua difesa e protezione, forse il primo conte di
Supino nominato da Innocenzo III nel 1199, non fidandosi delle mura gia’
esistenti e in cerca di una protezione personale piu’ sicura, approfittando
della mano d’opera che costava solo un tozzo di pane di farro e un po’
d’acqua fece costruire un modesto castello e delle brave mura che a
triangolo isoscele si allacciavano alla base “fatta a ferro di cavallo”
formata dalle case esistenti gia’ da tempo quale difesa. Ancora oggi
il castello, pur in stato di abietto abbandono esiste insieme ai pochi resti
dei muri.
Esiste un documento nella biblioteca di Santa Scolastica, dono della famiglia
Colonna, che certifica la vendita di meta’ del castello di Supino agli
Anguillara da parte di Halina de Supino datato circa 1364. Esistono alcune
pergamene che documentano compravendite e appuntamenti di pubblici ufficiali,
in mano ad eminenti cittadini della zona, con date del 1300 - 1400 e naturalmente
il gia’ citato carteggio dei Colonna che ci fa vedere una mappa del
1650 circa dove si vede Privito, l’ingresso principale del paese facilmente
identificabile con il portone alla base del “Vicolo Alto”, il
castello, e la posizione dell’odierna chiesetta di San Sebastiano, allora
usata quale lazzaretto per i malati di peste.
Esiste al comune il libro degli statuti, originariamente datati 1534 ed e’
reperibile a Supino un bel libriccino edito dal Giammaria. In questi sono
elencate tantissime famiglie ancora esistenti nel paese.
Sarebbe veramente interessante andare a scavare qualche tomba, che sono confidente
ancora esista, estrarre il DNA dai denti dell’occupante e paragonarlo
con il DNA delle famiglie piu’ antiche ancora esistenti e accertare
la discendenza di alcuni individui. Con un po’ di furtuna qualche oggetto
nelle tombe potrebbe essere databile ergo determinare le risposte a cocenti
quesiti che ci poniamo oggi nella ricerca delle nostre, ahime’, aride
radici.
Mi fermo alla meta’ del secondo millennio e trasferisco il pensiero del lettore allo scritto di Monsignor Fausto Schietroma che ci portera’ alle soglie del terzo millennio, con i suoi ben ricercati scritti, fermandosi alla pubblicazione del suo libro: “Supino e San Cataldo” fatta nel 1969.
Nota 1.
In un notiziario, diffuso da supinesi negli USA, addirittura si e’ scritto
che la Conti madre di Bonifacio VIII era di Supino perche’ “parente
dei conti di Supino” e in inglese “parent” significa genitore.
Cosi’ confondendo nomi e titoli e traducendo alla carlona si e’
arrivati a dire che Bonifacio VIII era di Supino e fu schiaffeggiato da un
altro supinese, episodio questo anche di dubbia verita’ storica.